Alle fronde dei salici


Con gli orrori della guerra ancora negli occhi e nel cuore, Salvatore Quasimodo nel 1947, nella raccolta “Giorno dopo giorno”, ci regala un’appassionata poesia, piena di dolore e di cupi interrogativi. Più o meno tutti l’abbiamo studiata a scuola, più o meno tutti l’abbiamo dimenticata. Mi è capitato di rivederne l’incipit su una delle mie vecchie agende, alla voce “Suggestioni per il blog”: è una pagina ricorrente, che anno dopo anno appare sulla mia agenda (ne è già pronta una, per ora immacolata, anche su quella del 2016). Spesso si tratta di spunti di riflessione destinati a non dare frutto, vuoi per la mia proverbiale pigrizia, vuoi perché ritenuti insoddisfacenti. Ho deciso che in un momento come questo la poesia potesse essere un dono per i miei lettori, indipendentemente dalle mie sicuramente indegne riflessioni. Eccola qua:

Alle fronde dei salici
E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

Il richiamo del poeta è per il Salmo CXXXVI, contenuto nel Libro dei Salmi: preferirei però parlarne dopo. Il tema è quello del dolore: la guerra, l’invasione, la sofferenza che ne consegue. Un piede straniero, quello tedesco che ha occupato l’Italia, schiaccia il cuore dei poeti: il loro sguardo si perde tra i morti abbandonati per strada e le urla strazianti delle madri che piangono i propri figli, addirittura crocefissi, come in un macabro richiamo del sacrificio di Cristo. Ma non c’è Resurrezione per loro, se non nell’ultimo giorno. E così, come migliaia di anni prima avevano fatto gli ebrei deportati a Babilonia, i poeti durante l’occupazione tedesca non trovano la forza di scrivere, di cantare, di salmodiare: appendono simbolicamente le cetre al vento, rendendole inutili e malinconiche. Forse i superstiti le raccoglieranno dopo la guerra, e impareranno ad amarne nuovamente il suono.

È successo anche oggi, oh dolore. I nostri poeti, uno dopo l’altro, stanno appendendo le loro cetre alle fronde dei salici. C’è la guerra e il piede straniero preme sul nostro cuore: impossibile per l’arte esprimersi e crescere. Lo straniero è brutto e cattivo, ha dimenticato la sua pietà: uccide, violenta, sobilla. Lo straniero macchia il nostro sangue, rendendolo virulento e marcescente. Lo straniero si insinua tra noi, rendendosi suadente e desiderabile per poi pugnalarci una volta che l’abbiamo accolto. Lo straniero distrugge la nostra religione, i nostri usi, le nostre tradizioni millenarie. Dopo il passaggio dello straniero, siamo tutti impoveriti: senza la nostra memoria, senza la nostra purezza, senza il ricordo del volto dei nostri padri.

Soltanto che lo straniero non è chi pensate voi. Non è l’immigrato sul barcone. Non è chi è nato della Madre Africa, non è chi è nato sulle sponde di fiumi lontani dell’Asia, non è chi ha attraversato le terre martoriate del Medio Oriente. Non è chi, cresciuto in una terra lontana, ha deciso che il suo futuro sarebbe stato in Europa o in Italia. Dimenticatevelo. Dimenticate quei confini che tanto vi rassicurano, che tanto vi fanno sentire uniti. Li hanno tracciati gli uomini, e spesso ve ne dimenticate: l’Italia non è nata Italia, la Francia non è nata Francia, e così via. Li abbiamo tracciati noi quei confini: e non con pacifiche strette di mano. Li abbiamo disegnati col sangue dei nostri padri, incantati da un gioco malvagio e insensato. Li abbiamo disegnati in nome di grandi uomini, che dalla grandiosità delle loro corti mandavano i poveracci a morire in guerra. Abbiamo impresso quelle linee nei nostri atlanti, al costo di vite umane, sacrificate e crocifisse. Avevamo bisogno di un’appartenenza: è la debolezza di ogni uomo che, trovandosi davanti all’infinito e non avendo il coraggio di affrontarlo, ha bisogno di un fratello. E per essere sicuro di trovarlo anche se il cuore gli facesse difetto, stabilisce criteri di fratellanza tanto sciocchi quanto pericolosi. Sei mio fratello se siamo nati nella stessa area geografica: abbiamo una comune appartenenza italiana. Sei mio fratello se tifiamo per la stessa squadra: abbiamo una comune appartenenza sportiva. Sei mio fratello se condividi la mia idea politica: abbiamo una comune militanza.
E così via, a dividerci per sentirci più uniti, più fratelli. Dimenticando l’unica appartenenza che conti davvero qualcosa: quella al genere umano.

E allora eccolo, lo straniero che calpesta il nostro cuore, che ci toglie la gioia di cantare e far poesia.
Lo straniero è chi non appartiene al genere umano.
Come coloro che in nome di una religione uccidono barbaramente altre persone: poco importa che lo facciano a Parigi, in America, sul Lago Chad o in Siria: lo stanno facendo a noi, a noi esseri umani.
Non è umano chi strumentalizza le stragi e per ottenere un tornaconto elettorale semina odio tra le persone a seguito di gravi fatti di sangue: si erge a difensore della patria, ma pugnala l’unica patria che valga la pena difendere a spada tratta: l’umanità.
Non è umano chi, forte della propria connessione a internet, utilizza i social network per istigare all’odio e alla violenza: ad esempio, non sono umani i tifosi della Roma che esultano perché un giocatore della Lazio si è tranciato un dito dalla mano; non è umano chi augura impiccagioni e torture agi indagati dei casi giudiziari che da fatti di cronaca sono diventati fiction; non è umano chi vorrebbe che i barconi venissero affondati.
Ha dimenticato la sua umanità chi usa il crocefisso e il presepio come arma politica, ignorando il profondo significato di pace insito in questi simboli: come feriscono quei crocefissi strumentalizzati, conficcati nel cuore di chi ha un pensiero diverso, branditi come spade da persone che mai hanno ascoltato il messaggio del Cristo, mai.
Non è umano chi, al grido di “Oriana ve l’aveva detto”, cita libri che non ha mai letto, cita teorie che non ha mai studiato, si fa forte spargendo parole che non ha mai nemmeno veramente ascoltato.
Non è umano chi usa uno spazio televisivo preserale, visto da milioni di persone, per cospargere la terra di semi di violenza, che cresceranno e insidieranno il cuore di chi vorrebbe restare Uomo o Donna, e non animale.
E quanti altri hanno dimenticato la loro appartenenza più importante, quella al genere umano. Quanti sono diventati, chi più chi meno, volgari bestie.

È difficile cantare perché il piede di chi non è umano cerca di schiacciare il cuore di chi lo è. Ogni giorno migliaia di persone di buon senso appendono le loro cetre ai salici, stanche di sentirsi dare degli imbecilli per le loro idee di umanità. Stanche di essere definite con disprezzo “buoniste”, quando invece sono “soltanto” buone. Il mondo della cultura, un tempo baluardo dell’umanità, si fa appannato e perde i suoi contorni: il film, la canzone, il libro… hanno successo soltanto se leggeri, quasi inconsistenti. Le persone cercano lo svago, una delle giustissime funzioni della cultura: dimenticano però tutte le altre. Emozione profonda, istruzione, apertura della mente. E allora chi ci insegnerà i valori per cui vivere? Chi ci insegnerà la differenza tra l’uomo e l’animale? Chi ricomincerà a suonare le cetre?

Salmo CXXXVI – Canto dei deportati
Lungo i fiumi, laggiù in Babilonia,
sedevamo e piangevamo
al ricordo di Sion.
Ai salici lungo le rive
avevamo appeso le nostre cetre. […]
Ma come cantare i canti del Signore
in terra straniera? […]
E tu, Babilonia criminale!
Beato chi ti ripaga
del male che ci hai fatto,
chi afferra i tuoi bambini
e li sfracella contro la roccia.

La storia è crudele, millenni e millenni ce l’hanno insegnato. Ma non è vero che la guerra e la violenza siano il destino dell’Umanità: semmai sono il baluardo di chi umano non è. Il cuore, pur calpestato, continua a battere: presto saremo di nuovo in piedi, e canteremo. E chi ha calpestato i nostri cuori sarà perdonato, e danzerà con noi. È il percorso dell’uomo, che si erge e si differenzia dalla bestia. E così, se il bel Salmo CXXXVI ci parla di questi temi augurandosi però una violenta vendetta verso l’invasore, nel 1947 nella poesia di Quasimodo non c’è spazio per la vendetta.
Domani faremo un passo in più: perdoneremo l’invasore, riusciremo a cantare i nostri canti con lui. E così facendo, lo strapperemo alla sua inumanità, e saremo tutti fratelli.
Non è utopia, sta già accadendo.

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Pubblicato il 8 dicembre 2015, in Uncategorized con tag , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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