Alle fronde dei salici


Con gli orrori della guerra ancora negli occhi e nel cuore, Salvatore Quasimodo nel 1947, nella raccolta “Giorno dopo giorno”, ci regala un’appassionata poesia, piena di dolore e di cupi interrogativi. Più o meno tutti l’abbiamo studiata a scuola, più o meno tutti l’abbiamo dimenticata. Mi è capitato di rivederne l’incipit su una delle mie vecchie agende, alla voce “Suggestioni per il blog”: è una pagina ricorrente, che anno dopo anno appare sulla mia agenda (ne è già pronta una, per ora immacolata, anche su quella del 2016). Spesso si tratta di spunti di riflessione destinati a non dare frutto, vuoi per la mia proverbiale pigrizia, vuoi perché ritenuti insoddisfacenti. Ho deciso che in un momento come questo la poesia potesse essere un dono per i miei lettori, indipendentemente dalle mie sicuramente indegne riflessioni. Eccola qua:

Alle fronde dei salici
E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

Il richiamo del poeta è per il Salmo CXXXVI, contenuto nel Libro dei Salmi: preferirei però parlarne dopo. Il tema è quello del dolore: la guerra, l’invasione, la sofferenza che ne consegue. Un piede straniero, quello tedesco che ha occupato l’Italia, schiaccia il cuore dei poeti: il loro sguardo si perde tra i morti abbandonati per strada e le urla strazianti delle madri che piangono i propri figli, addirittura crocefissi, come in un macabro richiamo del sacrificio di Cristo. Ma non c’è Resurrezione per loro, se non nell’ultimo giorno. E così, come migliaia di anni prima avevano fatto gli ebrei deportati a Babilonia, i poeti durante l’occupazione tedesca non trovano la forza di scrivere, di cantare, di salmodiare: appendono simbolicamente le cetre al vento, rendendole inutili e malinconiche. Forse i superstiti le raccoglieranno dopo la guerra, e impareranno ad amarne nuovamente il suono.

È successo anche oggi, oh dolore. I nostri poeti, uno dopo l’altro, stanno appendendo le loro cetre alle fronde dei salici. C’è la guerra e il piede straniero preme sul nostro cuore: impossibile per l’arte esprimersi e crescere. Lo straniero è brutto e cattivo, ha dimenticato la sua pietà: uccide, violenta, sobilla. Lo straniero macchia il nostro sangue, rendendolo virulento e marcescente. Lo straniero si insinua tra noi, rendendosi suadente e desiderabile per poi pugnalarci una volta che l’abbiamo accolto. Lo straniero distrugge la nostra religione, i nostri usi, le nostre tradizioni millenarie. Dopo il passaggio dello straniero, siamo tutti impoveriti: senza la nostra memoria, senza la nostra purezza, senza il ricordo del volto dei nostri padri.

Soltanto che lo straniero non è chi pensate voi. Non è l’immigrato sul barcone. Non è chi è nato della Madre Africa, non è chi è nato sulle sponde di fiumi lontani dell’Asia, non è chi ha attraversato le terre martoriate del Medio Oriente. Non è chi, cresciuto in una terra lontana, ha deciso che il suo futuro sarebbe stato in Europa o in Italia. Dimenticatevelo. Dimenticate quei confini che tanto vi rassicurano, che tanto vi fanno sentire uniti. Li hanno tracciati gli uomini, e spesso ve ne dimenticate: l’Italia non è nata Italia, la Francia non è nata Francia, e così via. Li abbiamo tracciati noi quei confini: e non con pacifiche strette di mano. Li abbiamo disegnati col sangue dei nostri padri, incantati da un gioco malvagio e insensato. Li abbiamo disegnati in nome di grandi uomini, che dalla grandiosità delle loro corti mandavano i poveracci a morire in guerra. Abbiamo impresso quelle linee nei nostri atlanti, al costo di vite umane, sacrificate e crocifisse. Avevamo bisogno di un’appartenenza: è la debolezza di ogni uomo che, trovandosi davanti all’infinito e non avendo il coraggio di affrontarlo, ha bisogno di un fratello. E per essere sicuro di trovarlo anche se il cuore gli facesse difetto, stabilisce criteri di fratellanza tanto sciocchi quanto pericolosi. Sei mio fratello se siamo nati nella stessa area geografica: abbiamo una comune appartenenza italiana. Sei mio fratello se tifiamo per la stessa squadra: abbiamo una comune appartenenza sportiva. Sei mio fratello se condividi la mia idea politica: abbiamo una comune militanza.
E così via, a dividerci per sentirci più uniti, più fratelli. Dimenticando l’unica appartenenza che conti davvero qualcosa: quella al genere umano.

E allora eccolo, lo straniero che calpesta il nostro cuore, che ci toglie la gioia di cantare e far poesia.
Lo straniero è chi non appartiene al genere umano.
Come coloro che in nome di una religione uccidono barbaramente altre persone: poco importa che lo facciano a Parigi, in America, sul Lago Chad o in Siria: lo stanno facendo a noi, a noi esseri umani.
Non è umano chi strumentalizza le stragi e per ottenere un tornaconto elettorale semina odio tra le persone a seguito di gravi fatti di sangue: si erge a difensore della patria, ma pugnala l’unica patria che valga la pena difendere a spada tratta: l’umanità.
Non è umano chi, forte della propria connessione a internet, utilizza i social network per istigare all’odio e alla violenza: ad esempio, non sono umani i tifosi della Roma che esultano perché un giocatore della Lazio si è tranciato un dito dalla mano; non è umano chi augura impiccagioni e torture agi indagati dei casi giudiziari che da fatti di cronaca sono diventati fiction; non è umano chi vorrebbe che i barconi venissero affondati.
Ha dimenticato la sua umanità chi usa il crocefisso e il presepio come arma politica, ignorando il profondo significato di pace insito in questi simboli: come feriscono quei crocefissi strumentalizzati, conficcati nel cuore di chi ha un pensiero diverso, branditi come spade da persone che mai hanno ascoltato il messaggio del Cristo, mai.
Non è umano chi, al grido di “Oriana ve l’aveva detto”, cita libri che non ha mai letto, cita teorie che non ha mai studiato, si fa forte spargendo parole che non ha mai nemmeno veramente ascoltato.
Non è umano chi usa uno spazio televisivo preserale, visto da milioni di persone, per cospargere la terra di semi di violenza, che cresceranno e insidieranno il cuore di chi vorrebbe restare Uomo o Donna, e non animale.
E quanti altri hanno dimenticato la loro appartenenza più importante, quella al genere umano. Quanti sono diventati, chi più chi meno, volgari bestie.

È difficile cantare perché il piede di chi non è umano cerca di schiacciare il cuore di chi lo è. Ogni giorno migliaia di persone di buon senso appendono le loro cetre ai salici, stanche di sentirsi dare degli imbecilli per le loro idee di umanità. Stanche di essere definite con disprezzo “buoniste”, quando invece sono “soltanto” buone. Il mondo della cultura, un tempo baluardo dell’umanità, si fa appannato e perde i suoi contorni: il film, la canzone, il libro… hanno successo soltanto se leggeri, quasi inconsistenti. Le persone cercano lo svago, una delle giustissime funzioni della cultura: dimenticano però tutte le altre. Emozione profonda, istruzione, apertura della mente. E allora chi ci insegnerà i valori per cui vivere? Chi ci insegnerà la differenza tra l’uomo e l’animale? Chi ricomincerà a suonare le cetre?

Salmo CXXXVI – Canto dei deportati
Lungo i fiumi, laggiù in Babilonia,
sedevamo e piangevamo
al ricordo di Sion.
Ai salici lungo le rive
avevamo appeso le nostre cetre. […]
Ma come cantare i canti del Signore
in terra straniera? […]
E tu, Babilonia criminale!
Beato chi ti ripaga
del male che ci hai fatto,
chi afferra i tuoi bambini
e li sfracella contro la roccia.

La storia è crudele, millenni e millenni ce l’hanno insegnato. Ma non è vero che la guerra e la violenza siano il destino dell’Umanità: semmai sono il baluardo di chi umano non è. Il cuore, pur calpestato, continua a battere: presto saremo di nuovo in piedi, e canteremo. E chi ha calpestato i nostri cuori sarà perdonato, e danzerà con noi. È il percorso dell’uomo, che si erge e si differenzia dalla bestia. E così, se il bel Salmo CXXXVI ci parla di questi temi augurandosi però una violenta vendetta verso l’invasore, nel 1947 nella poesia di Quasimodo non c’è spazio per la vendetta.
Domani faremo un passo in più: perdoneremo l’invasore, riusciremo a cantare i nostri canti con lui. E così facendo, lo strapperemo alla sua inumanità, e saremo tutti fratelli.
Non è utopia, sta già accadendo.

Passeggiata a Fiesole (La dolce metà della sua dolce metà)


Un paio di elementi di contesto prima di andarvi a narrare la mia non-avventura assolutamente non-avventurosa (dovrebbero darmi un premio per la mia innata capacità di invogliare il lettore a proseguire sin dalle prime battute di un testo).
Il primo elemento di contesto è che un paio di settimane fa mi sono operato per rimuovere una cisti sacro-coccigea: pertanto ho ancora una certa difficoltà nello stare seduto e devo spendere molto del mio tempo in medicazioni; a questo si aggiunga che fare una doccia porta via un’ora. Lungi da me il lamentarmene, eh. I problemi nella vita sono ben altri; peraltro l’operazione è andata bene e guarirò in un tempo accettabile.
L’altra cosa di cui tener conto è che sto trascorrendo qualche giorno a Firenze, per un corso di formazione per il lavoro. Direi che sapete tutto, possiamo proseguire.

Il Centro Studi si erge sulla splendida collina fiorentina. Lì dentro non ci sono soltanto le aule dove si tiene il corso, ma anche le stanze dove dormiamo e la mensa. Volendo, si può entrare lì il primo giorno e non uscirne sino a quando non arriva il momento di tornare a casa. Era esattamente il mio proposito per questa settimana: lo so, mi perdo le meraviglie di Firenze. Ma ci saranno altri tre moduli: insomma, il tempo e il modo per recuperare arriverà. Questa settimana è diversa, tenere a bada la mia ferita e le relative medicazioni mi porta via molto tempo: ho voglia di starmene tranquillo in stanza, leggere il bel romanzo di Stephen King che mi appresto a finire, godermi i tramonti che si vedono da qui in collina.
Il problema è che stasera i miei colleghi sono scesi a Firenze per una bella serata in compagnia: sono stato tentatissimo di unirmi a loro, ma poi ho scelto di non cedere, per non correre rischi (stare seduto a lungo, stare in mezzo alla gente, eccetera…). Il problema è che, non essendoci nessuno al Centro Studi, la mensa sarà chiusa: poco male, a poche centinaia di metri c’è una pizzeria, nella frazione di San Domenico.
Mi incammino senza guardare l’ora e in un batter d’occhio sono già davanti al locale. Ma è troppo presto: sta aprendo solo adesso e, una volta tanto, non ho nemmeno ancora fame. Decido così di fare una bella passeggiata fino a Fiesole: non dovrebbe essere molto distante, e poi camminare mi fa bene.
E’ in realtà una bella camminata: c’è un certo dislivello. La strada è stretta, in alcuni punti strettissima. L’illuminazione è scarsa. Non la si legga come una critica: tutto sommato, è una passeggiata molto suggestiva. Certe vedute panoramiche sono mozzafiato, ma io sono distratto. Mi succede spesso ultimamente quando cammino da solo: una leggera inquietudine, un desiderio di “essere arrivato” che non mi consente di godere appieno del viaggio. Così, in un batter d’occhio raggiungo Fiesole, che non avevo mai visto prima. Mi colpisce il silenzio: le strade sono semi deserte. Mi sento a casa, molto più che a Firenze. D’altra parte sono abituato alla mia bella, piccola Busca: diecimila abitanti. Wikipedia mi informa che Fiesole ne ha quattordicimila, ma devono essere nascosti molto bene. Guardandomi alle spalle prima di tuffarmi in paese vedo la Via Vecchia Fiesolana, da cui sono giunto: è davvero inquietante, buia e cupa. Mi viene in mente che tempo addietro qualcuno al Centro Studi mi aveva detto “Devi andare una volta su a Fiesole! La stradina è davvero suggestiva. Solo, non ci andare da solo: quando fa buio, fa paura”. Ripensandoci, è vero: ero distratto e non ci ho fatto caso. E poi non sono uno che si lascia troppo impressionare. Tuttavia, lo ammetto, scendere mi spaventerà un po’. Non escludo di passare dallo stradone: perdo in velocità e panorama, ma forse ne guadagnerò in serenità.
Ma non è tempo di pensarci: è ora di tuffarsi nelle stradine fiesolane e guardare qualche chiesa. Ovviamente è tutto chiuso: ormai sono le otto di sera. Ma, come d’altra parte in ogni cittadina italiana, le bellezze non mancano. La storia la respiri in ogni strada. Storia e storie: so di Beato Angelico, mi attardo su internet a cercare la sua vita. Scopro, molto più profanamente, che anche Andrea Barzagli è fiesolano.
Un’ora fa presto a passare. L’appetito finalmente si fa sentire: non resta che scendere a San Domenico. Potrei anche mangiare una pizza qui, ma non nego di aver voglia di tornare al Centro.

Solo che, mentre inverto la rotta, il mio sguardo cade casualmente su un campanello di una deliziosa casetta. La mia mente è altrove, ma basta leggere quel nome per farla tornare alla base. E’ un caso, è un nome comunissimo. Ma tanto basta per farmi pensare a te.

D’altra parte c’è una frase di una bellissima canzone di Dente che associo al tuo nome: “Ogni tanto ti penso spesso”. È molto calzante, quel divertente gioco di parole. Ti penso spesso, ma lo faccio solo ogni tanto. Ci sono dei periodi in cui non ti penso, ho altro per la testa. Poi basta una serata in cui ridiamo insieme, o un messaggio. E ricomincio a pensare a te. Innamorato? No, non direi. Non direi proprio. Magari non ne sono nemmeno più capace, di innamorarmi: sicuramente è un pezzo che non mi accade (e, se è pur vero che al cuore non si comanda, devo avere l’onestà di ammettere che non ho lasciato un terreno troppo fertile perché i sentimenti attecchiscano). Di te non sono innamorato di sicuro. Oh, ma quanto basterebbe poco. Con te in realtà il terreno è sempre fertile, più di quanto vorrei. Basterebbe volerlo, cadrei ai tuoi piedi. Al cuore non si comanda, ma forse è da tanto tempo che invece gli sto comandando di non guardare dalla tua parte: d’altronde è anche la cosa giusta da fare…
“Ogni tanto ti penso spesso”, si diceva: ed è uno di quei periodi. Passerà, ma sicuramente non stasera. Stasera il tuo pensiero è al mio fianco, e temo che non se ne andrà: passeggeremo insieme, ceneremo insieme, mi addormenterò abbracciandolo. Mi sveglierò da solo domattina, e distoglierò la mia mente.

Solo che adesso che sei qui con me Fiesole è diversa. Non ho più fretta, il mio passo si fa più leggero. Prima non ho dedicato che un minuto all’imponente Duomo: adesso potrei stare ore su quel piccolo piazzale, a lasciare che lo sguardo si perda su quell’imponente facciata.
Quando finalmente mi decido a tornare alla base, l’idea di passare per lo stradone non è più un’ipotesi da prendere in considerazione: qualcosa mi dice che ora saprò godere molto di più della Via Vecchia, e quel qualcosa sei tu. Magari se tu ci fossi davvero protesteresti dicendo che ti sembra pericolosa, ma non sei che un pensiero: così mi incammino. La strada è davvero stretta, nonché buia. Penso a quanto tempo è passato dall’ultima volta in cui ti ho abbracciata. Penso che stavo bene, quando ti abbracciavo: stavo bene in un modo speciale. Ho passato tutta la vita a rincorrere la diversità, l’esplosività, l’urlo, l’imposizione arrogante. Ma quando ti abbracciavo mi rendevo conto del valore speciale che possiedono le cose opposte: la conformità (perché no), la serenità, il sussurro, la mitezza. Credo che tutto sommato tu mi rendessi migliore. Sul lungo periodo, se avessi avuto la fortuna di averti al mio fianco, credo che sarei diventato in maniera stabile un uomo migliore di quello che sono. Chiariamo: sono felice di quello che sono, ma non escludo che esistano mondi e storie che avrebbero potuto rendermi anche migliore. Il più importante di questi mondi sei tu, e non ho mai faticato ad ammetterlo. Sarei migliore io, sarebbe migliore il mio mondo, sarebbe migliore il mondo per come lo vedo.
Ed infatti ora che ci sei, anche se solo in pensiero, ciò che vedo è infinitamente più interessante. Il panorama a cui prima avevo dedicato uno sguardo distratto ora è fonte di una meraviglia immensa. Non ho mai avuto senso dell’orientamento, pertanto non so se sia il centro di Firenze quello che sto ammirando dall’alto. Sicuramente è una meraviglia di luci che si arrampicano sulle colline, e la sto guardando attraverso fronde di alberi che, per quanto io ne capisca di botanica, potrebbero essere secolari. Ho idea che abbiano assistito ai baci di tantissimi innamorati: non lo so, non posso esserne sicuro e magari li hanno piantati tre giorni fa. Ma fidati, qui è dove ti ruberei un bacio.
Incrocio lungo la discesa un paio di macchine; per il resto è silenzio. Non ho bisogno di riempirlo con il lettore mp3 del cellulare, come invece avevo fatto salendo. Sei solo un pensiero, ma hai appagato i miei cinque sensi. I miei occhi ti intravedono, le mie orecchie sentono la tua voce. Avverto il tuo profumo, sfuggente. Cerco di indovinare il sapore dei tuoi baci, che non ho mai assaggiato. Le mie mani cercano uno di quegli abbracci, che ormai si perdono nella memoria e sono terribilmente lontani.

Mi siedo in pizzeria e mi sento solo, solissimo. Ho passato molte ore da solo in questa settimana: ne ho goduto, non sono mai stato una persona che rinnega la solitudine. Ma ora è diverso. Ordino una pizza e una bibita. Mentre aspetto la mia pizza, mi rimprovero con impeto. Mi sono detto mille volte di non farmi male coi miei pensieri, e da ultimo ce l’ho fatta sempre più spesso. Non stasera, di sicuro.
E poi sarebbe sufficiente ragionarci su. Se anche io stessi con te, ora non saresti qui. Non durante il corso per i Contrattualisti Sociali. Sì, è vero. Però ti ci porterei, a Fiesole, prima o poi. In ogni caso, potrei scriverti senza bisogno di una scusa. Ti scriverei che mi manchi e magari penseresti che sono un po’ patetico.
Comunque non saresti qui, è questo ciò che conta. Ecco che il tuo pensiero si fa più trasparente. Non sei più seduta davanti a me in pizzeria, i tuoi contorni si fanno più indefiniti.
Poi si frantuma come vetro, quando penso che tu sei felice. Con un’altra persona.

Il punto non è che non sei la mia dolce metà.
Il punto è che sei la dolce metà della tua dolce metà.

Ed io sono contento per te, ci mancherebbe. Non lo conosco, lui, e spesso mi dimentico persino come si chiami. Ma sono contento, davvero. Non so se potrei darti più di quanto ti dia lui: sinceramente ne dubito. Mi è passato l’appetito e la pizza è arrivata. La mangio lo stesso e mi sento solo.

Poi me ne torno al Centro Studi, mi premio con un pacchetto di M&M’s e mi rintano in camera. Scrivo queste quattro righe. Ascolto quella canzone lì, “Ogni tanto ti penso spesso”…
E l’ho già detto: mi addormenterò pensando a te, è vero. Ma domattina scivolerai via. Questo periodo passerà, perché solo ogni tanto i miei pensieri cadono su di te con una certa frequenza.
Ascolto la canzone di Dente, facendo attenzione alle parole. Non sono solo dolci e belle: sono anche adeguate.
Mi addormento, né triste né contento: un po’ malinconico, sì. Domattina non ti penserò più, tra un paio di settimane ti penserò meno spesso. Va bene così.
Un abbraccio te lo mando però, ed anche un bacio. Buonanotte.
(Mercoledì 4 novembre)

Amica mia
Ah! Mica mia
Le mie ali bianche per te
sono alibi anche perché
Sai che oggi io non volo più.

E mi fa male un po’ la testa
Ogni volta che penso a te
Sarà che non rimpicciolisci
Anche se ti allontani da me

Io passeggio
Tu passeggi
Egli passeggia… insieme a te.

(Ps: non è uno scritto di gran livello e, come avevo detto nell’introduzione, non è nemmeno avventuroso. Ma avevo voglia di buttare giù un po’ di sensazioni, è troppo tempo che tengo dentro. Chi legge le prenda per quello che sono: sensazioni. Non si arrovelli a cercare quel nome, non è “Indovina chi”)

Poker di racconti


Anche se i lettori sicuramente considerano questo blog morto e sepolto, per me non lo è affatto.
Il numero di interventi postati negli ultimi due anni certamente lascerebbe spazio a ben poche interpretazioni, ma le cose vanno adeguatamente interpretate. Missione principale di questo blog era la narrazione di un enorme sentimento, l’amore. Nelle sue facce più diverse e lontane.
Ebbene, mi scoccia dirlo, ma ultimamente c’è stato poco spazio per l’amore nella mia vita, meno di quanto avrei voluto. Il poco amore che c’è stato era difficile da raccontare; il fatto poi che io sia finalmente diventato un po’ più riservato non ha aiutato affinchè io avessi voglia di scrivere, relativamente alle piccole vicende quotidiane che mi hanno coinvolto in questi ultimi mesi.
Ci sono due o tre “post in attesa di pubblicazione”: ora mi vergognerei a morte a vederli online, ma si autopubblicheranno quando l’acqua passata sotto ai ponti avrà lavato via l’imbarazzo.

Mi riaffaccio su queste pagine per regalare ai lettori alcuni racconti scritti in questo periodo.
ImmaginePiccola digressione “rosa” e puramente sentimentale, che vuole essere un omaggio al Castello del Roccolo a Busca, dove lavoro nei weekend. Pubblicato sull’antologia 2014 del concorso 150 strade (http://www.150strade.org/).
Clicca qui per leggere: Il giardino delle dalie

quelbuioLa fine di un rapporto amoroso vista angosciosamente dai diversi punti di vista delle due persone coinvolte.
Clicca qui per leggere: Quel buio dopo l’amore (Momentaneamente rimosso perchè in attesa per essere pubblicato – Scrivetemi se interessati a maggiori informazioni)

iltorneoUna storia di sport: un futuro campione del mondo a poche ore dalla finalissima è aiutato dal suo allenatore ad affrontare i fantasmi del suo passato che ancora lo tormentano.
Clicca qui per leggere:Il torneo dell’oratorio

ultimalungaUn uomo, dieci anni prima vicinissimo al suicidio, riflette sulla sua vita poco prima di tuffarsi ancora…
Clicca qui per leggere:Un’ultima lunga arrampicata

Selezionato come racconto vincitore della sezione “prosa” della XXV Edizione del concorso “PAROLE E IMMAGINI” di Mellana di Boves (http://festeggiamentimellana.blogspot.it/)

Il Diavolo travestito da Gesù


Da bambino sono stato educato nell’ambito della religione cattolica, e sono sicuro che questo mi abbia risparmiato un sacco di problemi e difficoltà etiche. Senza andare a toccare l’aspetto ultraterreno (perché se uno crede, crede, altrimenti no: non è questa la sede per discuterne), posso dire che i concetti che ho appreso a catechismo, in chiesa e poi, da adolescente, in oratorio mi sono stati molto utili. Hanno segnato una strada, diciamo: e al netto di qualche difficoltà, direi che umanamente si trattava della strada a me più congeniale.
Soltanto una cosa mi ha traumatizzato, quando ero ancora in tenera età, anche se non tenerissima: avrò fatto quarta o quinta elementare. Mi era stato detto che il Diavolo era il più grande Ingannatore, e a me questa cosa spaventava non poco. Ricordo che ne parlai con il curato della Parrocchia, ma nemmeno questo bastò a placare la mia inquietudine. Rispettavo il Diavolo e lo temevo, come un avversario leale da sconfiggere, forte della mia alleanza con qualcuno estremamente più forte di lui. Non potevo tollerare, però, che fosse un Ingannatore. Perché? Presto detto.
Immaginavo che dopo la morte sarei arrivato ad un bivio, e dati i mezzi di un bambino delle elementari direi che era una schematizzazione accettabile. Ebbene, a quel famoso bivio avrei voluto ovviamente seguire Gesù, che mi avrebbe guidato verso il Paradiso. Nulla di più semplice, a dire il vero: avevo visto centinaia e centinaia di immagini di Gesù, non avrei certo potuto confondermi. Vallo a spiegare ad un bambino delle elementari che quella è soltanto iconografia che risale a epoche successive, e già solo immaginarsi Gesù bianco come il latte è quantomeno fuorviante. Avevo sempre immaginato la scena così come segue: arrivo al bivio, ad aspettarmi c’è quell’uomo tutto d’un pezzo, muscoloso, coi capelli lunghi e lo sguardo buono, gli prendo dietro e si arriva in gran tranquillità al Paradiso. Questa storia del Diavolo Ingannatore metteva tutto in crisi, invece: cosa sarebbe successo se il Diavolo si fosse travestito da Gesù? Avrei potuto seguirlo, lasciandomi fregare. E i miei passi sarebbero stati frenetici e felici, fino a quel momento terribile in cui sarei arrivato all’Inferno, e a quel punto sarebbe stato troppo tardi per tentare di fuggire.
Non è che non ci dormissi la notte, eh: non vorrei che chi legge cercasse di spiegare l’attuale stato mentale del sottoscritto giudicandomi fin dalla mia infanzia. La notte dormivo benissimo… beh, oddio, sono stato un bambino piuttosto insonne ma i miei dubbi teologici non avevano molto peso in questo. Insomma, la storia del bivio non era un dolore lancinante o una preoccupazione insormontabile: era piuttosto un tarlo che di tanto in tanto faceva sentire la sua presenza. Come ho già accennato in precedenza, ne parlai con un prete in occasione di un campo scuola. La risposta fu molto molto adulta, e forse proprio per questo non mi fu di nessun aiuto, anche se non si deve leggere questo come mancanza di riconoscenza verso quel sacerdote, che fu un punto fermo importantissimo della mia tarda infanzia / prima adolescenza. “Non ti devi preoccupare Paolo: saprai riconoscere Gesù”. “Ma allora il Diavolo non vale nulla come Ingannatore”. “Ma no, è che inganna in modo diverso, mica si traveste da Gesù.”. “E se con me decidesse di travestirsi da Gesù?”. “Sei un ragazzo in gamba, lo riconosceresti senza esitazioni.”.
Già, bel discorso. Se non fosse per il fatto che ero un bambino tremendamente insicuro e con un livello di autostima pericolosamente tendente allo zero: molto spesso gli adulti mi davano fiducia, in tanti ambiti; raramente la tradivo, ma quasi mai me ne sentivo all’altezza. “Saprai riconoscerlo” suonò ai miei occhi più o meno come un molto più laconico “C**zi tuoi”. L’angoscia rimase, ma ci pensai sempre meno. Ammisi a me stesso che comportarmi da bravo bambino potesse essere un buon viatico per il futuro Paradiso, e se poi arrivati al dunque quel cornuto d’un demonio mi avesse fregato, gli avrei fatto i complimenti e avrei accettato la sconfitta, ma per l’eternità avrei almeno avuto la consolazione di averci provato.

Ci ripenso spesso, in questi mesi, a quel dubbio che avevo da bambino.
A posteriori posso riguardare al mio percorso umano, e confermare di essere stato davvero un bravissimo bambino; poi sono stato un adolescente anche migliore, camminando sul solco tracciato fino a quel momento: sognatore, sincero e con un grande cuore. Sono stato un giovane confuso, conteso tra un’immagine molto positiva che il mondo aveva di me e quella via via più concreta di una persona segretamente arrogante, gelida e rancorosa.
Non so quale uomo sono e quale uomo sarò: non ho molte certezze quando guardo al mio futuro, e forse non voglio nemmeno averle. Da bambino non ero poi andato tanto lontano dalla verità, anche se la mia mente piccolina non era ancora pronta ad accoglierla: il Diavolo è l’Ingannatore. Il peccato e la malvagità entrano nel mondo spesso per vie secondarie, attraverso porte socchiuse in un angolo buio dell’edificio, mica dall’ingresso principale. Al mondo ci sono una manciata di personaggi da fumetto che in effetti sono cattivi: cattivi e basta, senza sfumature particolari. Fanno il male, si crogiolano nella sofferenza che riescono a provocare e non sono affatto interessati a redimersi. Bruceranno all’Inferno e dubito che qualcuno pregherà per le loro anime. Ma sono una parte infinitesima del male che alberga nel mondo.
Il male è subdolo, si traveste da bene e sfrutta brave persone per entrare nel mondo. Quante volte, pur convinti di agire nel modo giusto, provochiamo esplosioni di sofferenza incontrollata in chi ci sta intorno. Quante volte credendo di agire bene, o comunque “non male”, ho invece fatto le peggiori carognate.
Ho tradito il mio migliore amico quando facevo quarta elementare: come vedete, nonostante mi facessi viaggi mentali non indifferenti su Paradiso e Inferno, poi non mi tiravo affatto indietro se c’era da fare del male. Ho trattato con superbia ed arroganza più di una ragazza, quando credevo di essere praticamente perfetto, e che mezzo mondo dovesse imparare qualcosa da me. Ho lasciato una ragazza per mezzo di una chat, e so che c’è un girone dell’Inferno apposito per chi fa di queste cose meschine. Mi sono comportato estremamente male con un paio di buoni, anzi ottimi amici. Mi sono abbandonato all’amore senza amore, solo perché cercare il vero amore era troppo difficile. E chissà quante altre volte ho agito male.
Ed ogni volta era un po’ come prender dietro a quel brav’uomo, alto, muscoloso, rassicurante. Conversandoci amabilmente come se lo conoscessi da una vita, ma ignorando che si trattava del Diavolo e non di Gesù.
Su una cosa però da bambino mi sbagliavo: aveva ragione il prete, il Diavolo può pure prestarsi a questa sceneggiata, ma quando ci cammini affianco, lo riconosci dopo un passo o due. Il che non vuol dire che non sia un bravo Ingannatore, ma la sua truffa ha effetto soltanto nel convincerti a fare il primo passo nella sua direzione. Poi non puoi non sgamarlo.
Il prete però non mi aveva detto una cosa, forse perché ero troppo piccolo: se al bivio il Diavolo con l’inganno ti convince a seguirlo, ti accorgi in fretta del tuo errore di valutazione… ma non è detto che gli farai un bel dito medio e tornerai da solo sui tuoi passi, nossignore. Ogni tanto sarà più conveniente, comodo e sicuro proseguire la strada al suo fianco, facendo finta di non essersi accorti della fregatura.
Il problema è che bisogna essere in gamba per ingannare se stessi. Ed io in quello sono sempre stato una frana.

Di che cosa parla veramente una canzone?


Pensieri che affondano la loro radice nella fine del 2012. Chi mi conosce saprà associare ai nomi un volto, gli altri spero potranno capire lo stesso.
Siamo in macchina, io e CheCo, è domenica mattina e stiamo andando a Limone per raggiungere gli altri animatori e girare il cinepanettone (quando eravamo animatori, era nostra usanza, in occasione di Natale, produrre un “film” sulla falsariga dei cinepanettoni, per far divertire gli animati). Da qualche giorno è uscito un disco che abbiamo comprato entrambi: “Nel giardino dei fantasmi” dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Ne parlavo anche qui, sul blog ( http://wp.me/PBFxd-jg ).
La neve ci circonda e salendo di quota le strade sono sempre più gelate e pericolose. Si va su piano, senza fretta, con la prospettiva di una giornata di divertimento tra amici. Ovviamente sull’autoradio gira quel cd, che ci piace. L’abbiamo ascoltato solo distrattamente, non c’è ancora stato il tempo per dedicare la giusta attenzione. Ci sono i singoloni da battaglia, quelli che poi tutti canteranno a squarciagola ai concerti: “La mia vita senza te”, “Alle anime perse”. C’è il pezzone “d’autore”, quello che ti lascia senza fiato: “I cacciatori”. “La fine del giorno” stupisce e colpisce, non riesci a smettere di sentirla. “La via di casa” a CheCo piace tantissimo, a me non convince: nel giro di qualche mese diventerà poco a poco un pezzo importantissimo della colonna sonora della mia vita.
Nessuno di noi due è ancora arrivato alla fine del disco: non dimentichiamo che è uscito da pochi giorni, e il periodo prenatalizio è sempre così impegnato. Mentre andiamo a Limone, arriviamo alla fine del cd e lo ricominciamo pure. Ma stiamo chiacchierando, pianificando la giornata. L’ascolto è distratto, inefficace. Quella ballata che conclude il disco ci passa sopra la testa senza che nemmeno possiamo renderci conto della sua potenza.
Il discorso però cambia quando, verso sera, torniamo a casa. La giornata è stata lunga: divertente, come sempre, ma anche faticosa. Corri di qua e corri di là. Fai qualche ripresa in giro, che se no che senso ha essere saliti fino a Limone?, e poi fai qualche ripresa in casa. Siamo stanchi. È buio pesto e c’è neve un po’ ovunque. Si scende pianissimo e si ha poca voglia di parlare, in virtù della stanchezza che la mattina non c’era. E alla fine si arriva lì, al pezzo conclusivo del disco: “Di che cosa parla veramente una canzone?”. Canticchiamo il ritornello ed io ci rifletto su. Così, in quelle poetiche parole, passano un po’ tutti i miei amici. I miei coetanei. La mia generazione. Per la prima volta intuisco l’universo che si cela in quei cinque minuti. È solo l’inizio di un amore. Canticchio, guardo CheCo che guida, capisco che quel pezzo parla anche di lui. Anche di me.
E nei due anni a venire, quel ritornello quasi ossessivo tornerà cento volte e forse anche di più. Tornerà ogni volta che incontrerò il dolore, o la noia, o la stanchezza. Ma anche ogni volta che fronteggerò una nuova speranza, cercando di capire quanto possa essere considerata realistica.
Di che cosa parla veramente una canzone?

Io credo che la mia generazione stia soffrendo molto. Non ho i mezzi per dire se soffra più di quelle precedenti e di quelle successive, ma sicuramente posso dire che sta soffrendo. E si tratta di una cosa generalizzata: il che non vuole dire, ovviamente, che non esistano venticinquenni sereni e spensierati. L’andazzo generale, però, mi sembra essere un altro.
Forse il problema è che siamo stati educati ad un mondo che poi non abbiamo vissuto, dovendoci tuffare pieni di aspettative in una realtà che non aveva poi molto da offrire per noi. E non crediate che io stia parlando della crisi economica… o meglio, non solo. Sarebbe folle pensare che il crollo dell’economia non abbia un peso in tutta la questione, ma sicuramente non è l’unico tassello. Nemmeno il più importante, a mio parere. Il problema è che siamo cresciuti con stimoli contraddittori, che sono poi andati a formare personalità contraddittorie.
Siamo una generazione che per gli amici avrebbe fatto di tutto, di tutto. “La cosa più importante al mondo sono gli amici”, è quello che avrebbe detto qualsiasi ragazzino dieci anni fa (lo dicono anche oggi: chissà se è vero). Però poi si cambiava compagnia ogni volta che mutava qualcosa nella nostra vita, dimenticandosi del passato senza remore. Era sufficiente trovare un grande amore e via, gli amici diventavano un argomento residuale ed un po’ imbarazzante.
E l’amore, il grande amore? Anche lui ha messo sul tavolo le sue grandi contraddizioni. Quando è stato buttato senza riguardo per vivere avventure da ragazzini; quando è stato bistrattato per la carriera professionale; quando è stato tradito per il solo gusto di farlo. Siamo la generazione che più ci ha ricamato su: l’abbiamo voluto romantico, passionale, intrigante, mai noioso, appagante. L’abbiamo dipinto come se fosse un prodotto, descrivendone appieno tutte le caratteristiche. Poi abbiamo capito, nostro malgrado che l’amore non era in vendita, e l’identikit che ne avevamo fatto era solo uno spreco di tempo. Nella mia generazione non c’è molto amore. Serpeggia più che altro una diffusa malinconia, ed un malcelato odio. Buoni sentimenti, molto pochi.
Sarà colpa del lavoro, che non c’è. O non è quello per cui avevamo studiato. O ci costringe ad andarcene via anche se volessimo stare qui.
Ma tanto, ormai, siamo tutti viaggiatori. Qualsiasi ragazzino di vent’anni ha viaggiato, negli ultimi dieci, più di quanto i suoi genitori faranno in tutta la loro vita. Salvo eccezioni, s’intende. Perfino io, che non mi muovo mai da casa, in fin dei conti ho visto Roma, Parigi, Firenze e, perché no, Torino. Io credo che viaggiare sia bello e che sia necessario. Essere nomadi però è un’altra cosa: significa avere la testa sempre in viaggio, anche quando il corpo non può. Di nomadi ce ne sono pochi, ma tutti quanti vorrebbero esserlo. Ed allora il periodo di studi all’estero, o l’anno di lavoro a Londra, diventano una tappa insostituibile del cammino di tutti. Anche di chi non vi era predisposto. Perché la società impone che si debba fare, e che un ragazzo che è stato molto in giro sia migliore di uno che non l’ha fatto. Che cazzata. Chi l’ha deciso? Ho un conoscente che lavora il legno, e fa capolavori. Non so se sappia l’inglese, ma non è una discriminante. E non ha bisogno di tre mesi in Bangladesh o sei in Brasile per migliorarsi nella sua arte. Vedere il mondo è una cosa bella, ma non l’unica. Ed è bello se sei tu a volerlo, non se ti cacciano per le vie del mondo con gentili ma decisi calci nel sedere.

Ed allora temo che nella mia generazione nessuno sappia più di che cosa parla veramente la sua canzone. E finisce per parlare di tutto o più spesso di niente. Ed il bar diventa davvero un raduno di supereroi ventenni, proiettati in un loro passato in cui hanno vissuto centomila esperienze formative. E il futuro? Sembra sempre troppo noioso, in confronto.
Dove voglio andare a parare?
Al fatto che quel punto interrogativo alla fine della frase che dà il titolo a quella bellissima canzone è fondamentale, dà un senso a tutto.
Di che cosa parla veramente una canzone?
Io non lo so. Non so di cosa parli veramente la mia vita: e dire che fino a qualche anno ne ero completamente consapevole. Parlava di un amore grandissimo, che poi non è arrivato. Parlava di amicizie indelebili, che ormai ho già dimenticato. Di divertimenti magari non troppo frequenti, ma sicuramente sfrenati, e senza bisogno di un dance floor.
Ora parla di tutto, o, come ho già detto, di niente.
Ma ho capito una cosa fondamentale: le canzoni possono essere bellissime anche se non le capisci fino in fondo. Di che cosa parla veramente “Di che cosa parla veramente una canzone?”?.
Credo di non averlo capito ma ne percepisco, sottotraccia, il senso più profondo. Non lo colgo, ma sento che c’è, e basta per farne una delle mie canzoni preferite.

Ed allora la mia vita può avere un senso anche se non lo colgo. Può parlare di qualcosa, chissà cosa, senza che io riesca a capirlo. Può essere illuminante per qualcuno anche se non me lo darà a vedere. La mia presenza, o la mia assenza, possono creare un vuoto: nessuno me lo esprimerà, ma qualcuno l’avrà percepito. Pur senza capirmi, perché ormai è piuttosto chiaro che nessuno mi capisce veramente, e men che meno io posso dire di farlo.
Appartengo ad una generazione che non ha risposte, e formula in ogni caso domande troppo confusionarie. Ho sempre creduto di essere molto diverso dai miei coetanei, ed invece navigavamo nelle stesse identiche acque. Ognuno con la ridicola presunzione di essere diverso da tutti gli altri.

Credo pertanto che mi crogiolerò pure io, come un po’ tutti, nella bellezza di quel punto interrogativo alla fine del pezzo, e mi accontenterò della risposta contenuta nella canzone: Di che cosa parla veramente una canzone non lo so.

La solitudine del maratoneta


Ti accorgi del valore delle cose soltanto quando le perdi, dicono. In parte magari è pure vero. Forse invece è il rimpianto a gonfiare il valore delle cose, ergendole a un livello superiore a quello reale. Non lo so.
A me correre piaceva molto, da sempre. Il fatto di averne perso (spero solo momentaneamente) la possibilità, in seguito a un infortunio, non ha enfatizzato questo desiderio né mi ha svelato il vero valore della corsa: mi ha semplicemente mostrato quanto sia dura la vita senza.

Ho corso per la prima volta, credo, nel 2006: era il periodo in cui mi confrontavo col senso di solitudine che si prova alla fine di una lunga relazione sentimentale e un amico mi suggerì di affrontare la situazione in quel modo. Gli devo molto: dopo aver lasciato la pallavolo qualche anno prima, di fatto non avevo più mosso un dito. Stavo diventando una creatura molto spirituale, ma dimenticavo inesorabilmente il mio corpo. Facevamo serate, io e quel mio amico: piccole feste, uscite con gli amici, bar. Poi, a mezzanotte o anche dopo, si partiva nel buio. Io di corsa, lui in bici (aveva già gli allenamenti di calcio per temprare se stesso, il suo gesto di accompagnarmi era totalmente disinteressato). Lungo le strade buschesi, approfittando della frescura della notte: bei momenti. E così, nel 2006, ho incontrato il mio grande amore: la corsa.
È buffo perché quando guardo indietro mi pare invece di aver corso da sempre. Succede come con le grandi amicizie: non riesci a ricordare com’era la tua vita prima di incontrare quella determinata persona. Non riesco a immaginare come potesse essere la mia esistenza quando le belle colline buschesi erano lì, pronte e belle, ed io tergiversavo in pianura.

Dal 2006, la corsa è stata sempre parte di me. C’è stato il lungo intervallo della palestra, ma anche lì non me ne sono mai privato del tutto. Anzi, per la prima volta scoprivo la possibilità di farlo anche nei mesi invernali, sebbene soltanto su un deprimente tapis roulant. Ed appena arrivava l’estate, alternavo gli allenamenti in sala pesi con lunghe corse in collina, che mi rilassavano come non mai.
C’era la corsa quando, innamoratissimo di A., passavo davanti a casa sua, sudato all’inverosimile, sperando di vederla nel suo giardino e dirle “ciao”. Correvo prima degli esami più importanti, già durante il corso di Laurea triennale: stemperava le tensioni, mi scaricava, mi concentrava. Ho corso dopo quella sera maledetta in cui S. mi ha detto “no”: era domenica ed ero fuori allenamento, mi sbranai diciotto chilometri, molti dei quali in salita, e arrivato a casa vomitai l’anima. Lei lì non c’era più: sarebbe tornata, ma quella sera non c’era più. C’era la corsa durante la mia terrificante scalata alla Laurea specialistica, con tutti gli intoppi burocratici incontrati. E mi sorpresi a pensare che, per diversi mesi, non avevo mai staccato i miei pensieri dalla mia tesi. Tranne per quanto riguarda una bella sessione con la Podistica, in notturna sulla colletta, sotto un cielo stellato magnifico. Tutto disperatamente bello.
Ho corso da solo per molti anni. Poi il desiderio di migliorarmi mi ha spinto in Podistica, dove ho trovato una splendida famiglia. Non ho perso il gusto per la corsa in solitaria, che alterno agli allenamenti collettivi.

All’inizio di quest’estate, proprio alla vigilia della mia prima gara per i colori buschesi, ho preso una brutta botta al ginocchio giocando a calcio in oratorio. La mia performance alla gara ne ha risentito pesantemente: pensavo che quella sarebbe stata l’unica conseguenza. Invece, quasi senza capire come e perchè, non ho potuto correre per due mesi, entrando in una spirale di tristezza non indifferente.
E la cosa non mi ha mostrato affatto il valore della corsa: quello lo conoscevo già. Mi ha solo fatto notare quanto io possa andare pericolosamente verso il collasso se non posso correre. Mi ha fatto gustare sulla mia pelle quanto il mio corpo e la mia mente ne fossero dipendenti. Nulla a che vedere col valore in sé: è elevato, ma l’ho sempre saputo. Quando perdi qualcosa che ami tanto, diventi diffidente e scontroso. Hai paura di innamorarti ancora, perché non vuoi più patire quel tipo di separazione. Sto ricominciando a correre, in maniera lenta e impacciata. Ogni passo è una piccola tortura: ogni angolo della mia mente, al posto di godere della strada, si concentra su quell’unica parte del mio corpo, interrogandosi costantemente. Andrà bene? Ma quel pizzichio che sento è normale? Sta cedendo ancora? Mi sto facendo del male con questa corsa? Durante uno dei tanti momenti in cui credevo di essere guarito, ho fatto una breve uscita di cinque chilometri, andata molto bene. Colmo di felicità, sono andato a dormire: al risveglio, non camminavo più. Così anche adesso, le mattine seguenti sono un piccolo inferno di incertezza. Non ho il coraggio di appoggiare la gamba a terra al mio risveglio: prendo tempo, coricato, ben più di quanto sia accettabile, poi appoggio solo il destro e sto un po’ lì, ritardando quanto più possibile il responso finale. Che, per ora, è discreto. Non fa male, no. Ma non posso dire di “sentirlo” come il suo corrispondente sano. Prego che sia finita, ma non lo so. E, sì, so che nella vita i problemi sono altri. Che c’è gente che non potrà correre mai più, eccetera eccetera. Boh, giudicatemi, se credete: sono una creatura fondamentalmente egoista, posso accettare qualche critica; ma mi irrita terribilmente vedere sfumare così uno dei miei obiettivi per il 2014, senza aver avuto la possibilità di lottare per farlo diventare una realtà. Invitato da un’amica a scrivere i propositi per il nuovo anno, nell’ormai lontanissimo Capodanno, scrissi quanto segue:
-Laurearmi (fatto)
-Sorridere (in parte fatto. Voglio dire, il fatto di “sorridere” non esclude affatto il suo contrario. Quindi, ok, ho sofferto in più di un paio di occasioni, ma ho anche trovato modo di sorridere)
-Andare a Finistère (chissà… l’anno è ancora lungo)
-Correre una maratona.
Ecco, questo non sarà l’anno della maratona. Ma non l’ho scelto io. Se Dio lo vorrà, sarà il 2015.

Questa forzata pausa è stata però l’occasione per confrontarmi con me stesso sul perché io abbia corso per otto anni e, vita permettendo, voglia farlo ancora per molti altri. È una di quelle cose che si danno per scontate. Mi piace correre, punto e stop. Ma non ci dovrebbe essere nulla di banale o scontato nelle preferenze individuali e nella ricerca della felicità di ognuno: è bene prendere consapevolezza delle motivazioni che si nascondono dietro ogni gesto.
Credo di aver scelto di correre perché ero molto stanco del confronto con gli altri, inevitabile quando fai uno sport di squadra. Dopo molti anni da pallavolista, era quasi ovvio cercare una nuova opportunità che mi desse modo di lottare contro me stesso, e nessun altro. In secondo luogo, avevo appagato grazie all’oratorio il mio desiderio di sentirmi parte di una squadra: se hai veramente fatto parte di un gruppo, poi non puoi più farne a meno. Ma, come dicevo, dallo sport questo desiderio di squadra si era spostato al volontariato. Negli anni della pallavolo, avevo vissuto la squadra in modo totale, coi suoi pro e coi suoi contro. La maggiore peculiarità positiva era data dal fatto di sentirmi sempre protetto e parte di un tutto; il difetto principale era la sensazione di spersonalizzazione che a volte mi attanagliava.
Correre è diverso.
È vero, oggi faccio parte della grande famiglia della Podistica buschese, ma per anni ho calcato chilometri in compagnia solo di me stesso.
Il confronto si sposta su un nuovo terreno: non lo fai per battere qualcuno, o per sorprendere qualcuno, o per destare l’ammirazione di qualcuno. No, lo fai perché ne hai intimamente bisogno. È lo sport ideale per chi, come me, non ha la stessa paura della solitudine che ha ormai stretto nella sua morsa l’intera società. Io non ho paura di stare da solo: semmai, ho paura che questa condizione perduri per sempre. Io bramo momenti lontani dalle voci del mondo: non soltanto da quelle che mi infastidiscono, ma anche da quelle che amo.
E poi, quella splendida sensazione di superare me stesso. Quando il corpo, prima debolmente poi con tutta la sua forza, mi urla di fermarmi, ma io ignoro questo lamento e vado dritto per la mia strada. Detta così, suona un po’ da incosciente. Riformuliamo. Il bello è conoscere il proprio limite estremo e non valicarlo. Ma non accontentarsi di un centimetro in meno. E cercare di spingerlo un po’ oltre, giorno dopo giorno L’estasi che si prova sfondando il limite è momentanea e irripetibile; la gioia che si prova migliorando il proprio tempo, o la propria condizione, o la propria resistenza… è duratura, quasi irrevocabile. Ho goduto per un attimo, durante il test di Cooper alle superiori, dopo aver dato tutto me stesso e molto di più. Ma poi c’è stato un semi-svenimento. Dolore, sensazione di vuoto. Angoscia. Ho goduto per anni, invece, vedendo lenti ma inesorabili miglioramenti. Sentendomi ogni giorno un po’ più forte ed un po’ più resistente ai giudizi del mondo.
Il confronto con le altre persone poi è tornato, grazie alla podistica. Lì per ora sono l’ultima ruota del carro: la laurea prima, e l’infortunio poi, mi hanno impedito di “mettermi in pari” con gli allenamenti. Ma per la prima volta nella vita, non soffro di quest’ultimo posto: so che mi rialzerò, forse supererò qualcuno, ma non importa. So che supererò ancora qualche volta me stesso: basta e avanza. Il confronto che nasce fra corridori come me è sano, non è quella competizione svilente che provavo con gli sport di squadra o, peggio, nella scuola (competizione dalla quale polemicamente mi ritiravo sempre).
Il confronto del runner è con se stesso, con il suo estatico sudore, con le sue mistiche falcate. Non voglio che correre: non mi basterà mai per essere felice, sarebbe illusorio crederlo. Ma mi terrà sempre lontano dal baratro.
Non sono mai stato capace di fermarmi e meditare. Lo faccio per qualche minuto, poi vado al computer a fare qualcosa di stupido tipo giocare. O mi addormento.
Ho trovato un po’ di me stesso correndo. La corsa è diventata sogno, riflessione, consapevolezza.
Ascoltando una canzone che mi gira in testa in questi giorni, ho capito che c’è un motivo anche più profondo se ho corso, corro (forse) e correrò (sicuramente): la sfida ultima, la competizione estrema. La sfida che frappone l’uomo e la vita. Una lotta da vincere ogni giorno.

La canzone è arrivata per caso: ho visto che c’era un sondaggio per eleggere il miglior brano rap dell’anno, e al primo posto parziale c’era quello che per me era uno sconosciuto: Lucci. Il pezzo era “La solitudine del maratoneta”, ispirata da un libro celebre che purtroppo non ho ancora avuto modo di leggere. Parlava di questo scontro tra il corridore e la vita. Mi è piaciuta subito, e ad ogni ascolto successivo l’ho trovata un po’ più aderente alla mia esperienza. Pertanto, eccovela.

 

(Ehi… Lucci… 2014… “Brutto e Stonato”… Questa vita corre, non t’aspetta, impara a correre più veloce di lei… senza fermarti mai, mai…)
Tu vuoi il sangue da me, tu vuoi la vita da me
Ma tu vuoi troppo.
Ora ti mostro che un limite c’è.
Vuoi avere l’attenzione quando parli
Rispetto e comprensione, però, devi guadagnarli
Questi i miei pensieri mentre corro coi bastardi
Che controllano i miei passi
Sperando sempre ne faccia di falsi
Un piede che scavalca l’altro
E sotto c’è l’asfalto che ci scorre
Come la vita tra le dita a volte.
Ho scritto i miei difetti per rendermi un po’ più forte
Mi hai detto che mi aspetti, ti prego fallo stanotte.
La scala verso il cielo ha i gradini fatti di fango
Ed è una vita che li salgo arrancando con le ossa rotte
Scrivo su note distorte, corro su strade contorte
Vengano pure gli inverni, che ho preparato le scorte
Ho le gambe che non credono alla sorte
E quando c’è da correre, fidati, vanno forte

(Rit) Il piede sul cemento che impatta
La sfida con la vita non finisce pari e patta
Prendi tutto e scappa, a queste condizioni non si tratta
La dignità qua non se baratta
Prendi il tuo bastone, facci pure un’altra tacca
Colpisci pure forte, la mia testa non se spacca
Il cuore, cassaforte, più sicuro di una banca
Firmo la mia condanna, la firmo col sorriso sulla faccia

Tu vuoi il sangue da me, tu vuoi la vita da me
Ma tu vuoi troppo.
Ora ti mostro che un limite c’è.
La testa non si ferma nelle tenebre
Se è piena di pensieri come è pieno il posacenere
Mi vendi la speranza chiedendomi di credere
Ma dentro la mia stanza non si fanno preghiere di nessun genere
Credo solo a me, alle mie braccia, alle mie gambe, al mio cervello
E i vostri dei me li tengo distanti
E il traguardo sta lontano ma è ben chiaro
Le lacrime e il sudore che solcano la faccia
C’hanno un gusto amaro.
Il suono dei miei passi sul selciato
Mi accompagna col suo ritmo,
tiene il tempo con il fiato
Ogni passo fatto mi chiedo dove ho sbagliato
Ogni strada presa mi chiedo dove ha portato
Ho sempre corso forte sul percorso che ho tracciato
E non per agonismo, no, per sopravvivenza, da quando sono nato

Due mie idee… non su tutto il testo, ma su quello che sento più aderente alla mia esperienza.

Tu vuoi il sangue da me, tu vuoi la vita da me
Ma tu vuoi troppo.
Ora ti mostro che un limite c’è.
La vita chiede troppo, sempre. Spesso chiede più di quanto possiamo dare. Chiede un sacrificio continuo. Ogni tanto non c’è nulla di male se si scappa per un po’. Chi corre, lo fa correndo: prende un’ora per sé, rivendicandola con forza: mostra alla vita un limite che non può essere superato.

Questi i miei pensieri mentre corro coi bastardi
Che controllano i miei passi
Sperando sempre ne faccia di falsi
Un piede che scavalca l’altro
E sotto c’è l’asfalto che ci scorre
Come la vita tra le dita a volte.
Anche quando credi di essere solo, non lo sei mai del tutto. Anche quando corri qualcuno fruga nella tua intimità, rincorrendoti, sperando che inciampi. Vivi tranquillo, cercando di non dare fastidio a nessuno: tuttavia, non hai modo di non attirare antipatie. Ma i piedi continuano a scavalcarsi a vicenda, continui a macinare asfalto. È la vendetta contro ogni ingiustizia della vita: lei può scapparti via tra le dita, ma tu puoi correre. Puoi essere un passo oltre alla condizione umana. Più simile ad un animale. Lontano da pensieri e difficoltà, lontano dalle sfide che ogni giorno l’esistenza lancia. Per una volta, quando corri, sei tu a lanciare una sfida alla vita e a te stesso: una sfida all’ultimo metro, all’ultimo minuto, all’ultimo sudore. E l’ultimo sudore è una faccenda ben più seria dell’ultimo sangue.

La scala verso il cielo ha i gradini fatti di fango
Ed è una vita che li salgo arrancando con le ossa rotte
Scrivo su note distorte, corro su strade contorte
Vengano pure gli inverni, che ho preparato le scorte
Ho le gambe che non credono alla sorte
E quando c’è da correre, fidati, vanno forte
Questo passaggio è la cosa più bella che io abbia mai letto riguardo alla corsa. La vita è davvero come una scala verso il cielo. Puoi startene al piano terra, gingillarti in mezzo a quattro sciocchezze e fartele bastare. O ti puoi inerpicare in una strada fangosa e viscida, ma con l’obiettivo del cielo ben saldo nella testa. La fregatura è che poi è difficile, se non impossibile, tornare indietro. Arriva un momento nella vita in cui decidi se salire le scale o se restartene fermo dove sei. Quando decidi non sempre hai la piena consapevolezza dell’irreversibilità della scelta. Ma se decidi di salire, poi diventi forte. Prepari scorte per i tuoi inverni. La smetti di credere nella fortuna: può influire sulle altre sfide della tua vita (ed io sono un terribile fatalista), ma non su quella più importante, quella con te stesso. Le gambe di un corridore, quando corre, non possono credere alla sorte. Solo nella propria forza.

Il piede sul cemento che impatta
La sfida con la vita non finisce pari e patta
Prendi tutto e scappa, a queste condizioni non si tratta
La dignità qua non se baratta
Prendi il tuo bastone, facci pure un’altra tacca
Colpisci pure forte, la mia testa non se spacca
Il cuore, cassaforte, più sicuro di una banca
Firmo la mia condanna, la firmo col sorriso sulla faccia
Magari è il solito atteggiamento da bulli dei rapper, ma quanto mi gasa! La sfida con la vita non finisce mai in pareggio. Quindi attrezzati e vincila. La dignità non la si deve cedere mai. Prendi tutte le botte che arriveranno, ma fallo senza lasciarti abbattere. Tieni il cuore ben saldo.
Ho perso il conto di quante cose mi hanno fatto male in questi ultimi anni. Ma non sono mai a terra. Corro. Non a caso, il momento più duro è stato dettato dall’impossibilità fisica di farlo. Ma col cuore ho continuato a correre. Presto, me lo sento, anche le mie gambe riusciranno di nuovo a stargli dietro. A raggiungerlo, mai. Perché il cuore corre più forte di tutti.

E il traguardo sta lontano ma è ben chiaro
Le lacrime e il sudore che solcano la faccia
C’hanno un gusto amaro.
Il suono dei miei passi sul selciato
Mi accompagna col suo ritmo,
tiene il tempo con il fiato
Ogni passo fatto mi chiedo dove ho sbagliato
Ogni strada presa mi chiedo dove ha portato
Ho sempre corso forte sul percorso che ho tracciato
E non per agonismo, no, per sopravvivenza, da quando sono nato
Io non credo che correre sia uno sport da vincenti. Di vincenti ce n’è una manciata, è inevitabile. Ma poi c’è uno stuolo di meravigliosi perdenti. Che si gustano lacrime e sudore. E infortuni. E rabbia. Gente che non ha scelto le sfide della vita: le ha accettate. E di tanto in tanto ne scappa via. Ma forse è proprio con queste lunghe fughe –si pensi al maratoneta– che vince queste sfide. Porta a casa qualche battaglia, anche se la guerra forse è già persa in partenza. Marco Olmo (http://www.unpassodopolaltro.it/) dice una frase che nella sua semplicità riassume tutto: “Nella vita sono un vinto. Io corro per vendetta, corro per rifarmi”. Mamma mia, quanta dignità.
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Se nel mondo i vinti ammettessero con questa candida innocenza la loro natura, non esisterebbe crisi, non esisterebbe guerra, non ci sarebbe spazio per la disumanità. Si penserebbe con umiltà a dove e cosa si sia sbagliato, ci si interrogherebbe senza arroganza sulla direzione in cui la strada ci ha portati. E si correrebbe, oh se si correrebbe. Perché il vinto corre per prendersi indietro qualche piccola vittoria. Ed allora non c’è davvero esagerazione, e non deve suscitare sdegno, quando il corridore dice di aver corso sempre forte, non per agonismo, ma per sopravvivenza.

Antico Bar del Porto


…diciamo che era da un pezzo che non tornavo su queste pagine.
Qualcosa da dire ci sarebbe, sulla mia vita, i miei pensieri, ciò che mi ha fatto sorridere e ciò che mi ha strappato via sorrisi. Ma devo riconoscere, purtroppo, che non è ancora tempo per scrivere di nuovo di me. Verrà.
Approfitto però del “Re Davide” per pubblicare un racconto che altrimenti andrebbe perduto. E’ quello con cui ho partecipato all’edizione 2014 del concorso “Caffè Letterario” di Moak. Il racconto non è stato selezionato tra i finalisti e per questo posso regalarlo a voi fedelissimi.
Chiariamo: non è un granchè, e sicuramente non mi aspettavo che venisse selezionato. Ma per me è già stato importantissimo tornare a scrivere, dopo una pausa durata anni.
Mentirei se dicessi che sto scrivendo anche adesso: tuttavia, non si sa mai…

Click qui per scaricare il file pdf: Antico Bar del Porto

Primavera sulle colline di Busca


Quanto tempo perderai ancora, o mondo?
Questi alberi fioriranno per mille primavere ancora,
Per secoli godrai dell’immenso cielo blu,
Queste colline ancor verdi per sette ere splenderanno,
Così come il ruscello continuerà a sussurrarti parole d’acqua.
Non vivrà che centoventanni lei, la bella:
È sprecato ogni giorno in cui qualcuno non la bacia.

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Non ci sono orsi polari in Islanda


Tra le tante vicende animalesche che varrebbe la pena seguire, c’è quella degli orsi polari che migrano dalla Groenlandia all’Islanda cavalcando lastroni di ghiaccio dispersi nell’oceano artico per centinaia di chilometri. Onestamente non so come attualmente sia gestito il fenomeno, ma ricordo come alcuni anni fa si scatenarono feroci polemiche da parte degli ambientalisti a causa del loro abbattimento. Non è delle feroci polemiche che voglio parlare, anche perchè nel corso degli anni ho imparato a cercare di tenermi il più lontano possibile dalle feroci polemiche, di qualsiasi tipo: come ben sa chi mi conosce, di tanto in tanto mi concedo uno strappo, e forse non dovrei.

Voglio parlare di un fumetto che tratta l’argomento, con la delicatezza e crudeltà tipiche di Davide Toffolo: rimando al suo blog (http://eltofo.blogspot.it ), da cui le immagini sono tratte, e consiglio vivamente la lettura dei suoi libri. Questa storia, però, non è tratta da un libro: si dipana interamente nell’arco di due tavole. Molte immagini evocative, non troppe parole che non sempre servono. Mi scuso con Davide se ne aggiungo un po’: il fumetto basterebbe da sè, ma è tanto che non scrivo e ne ho davvero voglia. Diciamo che ci butto dentro un po’ delle mie impressioni.
nuova0-1nuova0-2Cliccando sulle immagini, dovrebbe aprire una finestra con un ingrandimento che favorisce una più agevole lettura.

La natura umana è la più crudele del creato. Non perchè si nutre di animali, non perchè uccide per ragioni non alimentari, non per le disparità di genere e nemmeno per la sete di onnipotenza. Queste cose al massimo spingono in quella direzione, ma non ne sono la causa principale. Siamo i più crudeli perchè non sappiamo accettare il diverso. Capirlo magari sì: non sempre, non tutti. Ma accettarlo mai. Come dite? Non so nulla degli animali, se accettino o meno il diverso? Pazienza. Se non lo accettano è perchè non ne hanno i mezzi: noi li avremmo.
Noi nel nostro presente potremmo fare cose grandiose, e lo stesso si può dire del domani. Invece passiamo ore, giorni, purtroppo anni, a creare un tracciato ben preciso da seguire per poterci dire realizzati: una serie di tappe imprescindibili da raggiungere nel preciso ordine e con il preciso e pianificato sforzo. Poi, una volta raggiunto (SE succede), ecco un altro obiettivo all’orizzonte…
La natura umana non accetta che ci sia chi semplicemente vive, non ponendosi obiettivi particolari o non facendo niente di particolare per raggiungerli. Perchè non accetta il diverso. A parole, viviamo in un mondo occidentalizzato dove vige il massimo pluralismo ed il massimo rispetto per tutti. Anzi, se si è tacciati di non essere tolleranti si cade nel paradosso: si viene esclusi, marginalizzati, additati come retrogradi. Ma quanto nazismo in tutto ciò! Quanta intolleranza verso il diverso, che ha cambiato forma, nonchè sostanza, senza che nessuno se ne accorgesse! Il pensiero è conforme, piatto, grigio. Guai a fare qualcosa di diverso. O, per meglio dire, “fate pure qualcosa di diverso, siate pure diversi: ma nel vostro ghetto, nella vostra stanza, nel vostro paese, nella vostra Groenlandia”. Non qui, da noi, nella società degli uguali che ha sostituito beceramente quella degli eguali.

Ecco allora che non ci sono orsi polari in Islanda. Se ne stanno in Groenlandia, separati dal mare. Non ci sono orsi polari in Islanda perchè vengono uccisi dall’uomo, che ne ha paura. Che non riesce a capire lo sforzo fatto dall’animale per potersi fare conoscere: 300 chilometri in mare, per poi essere fucilato dalla rassicurante posizione sopraelevata di un elicottero. La natura vuole invece che ci siano orsi polari in Islanda, perchè ce li porta con quelle traversate epiche. Ma l’uomo vi si ribella, come sempre. La natura umana è contro la natura.
Siamo una società di uguali perchè il diverso è respinto e marginalizzato, trattato come uno stupido. Picchiato, ucciso. A volte solo con le parole. Egli è fragile, perchè ha fatto molti chilometri per arrivare in mezzo a noi, spesso solo col pensiero. Noi approfittiamo di questa sua fragilità e di questa esposizione per eliminarlo, prima che diventi pericoloso.

Mi piace però pensare che ci sia, come nel fumetto, un uomo che, guidato da un sogno, vada alla ricerca di quell’orso. Un uomo che, ammirato da quel viaggio, voglia incontrare l’orso. Forse vuole diventare un po’ orso anche lui. Si incammina nella notte in mezzo alla neve, senza paura; cammina verso un incontro che può cambiare la sua vita. Guidato soltanto da un’apparizione onirica. Lo troverà morto, ma non importa. Lo scopo di quell’uomo non è opporsi alla natura umana, ma capire il diverso. Lui l’ha capito. Forse lo farà capire ad altri.
Ci sono uomini che accettano la diversità? che la capiscono fino in fondo, la guardano con ammirazione?
Troveranno uno specchio, nell’orso. Perchè posso garantire per lui: lui ci vede come dei diversi, proprio come noi vediamo lui. E’ curioso, però, ha fatto molta fatica per incontrarci. E’ curioso ed è ammirato dalla nostra diversità. E’ un incontro che può dare tanto ad entrambi. Può dare quel difficile equilibrio tra conformismo e diversità, tra il “saper stare al mondo” e il non saperci stare. Può arricchirci. Può arricchire la natura umana.

Ed io chi sono? Sono l’orso? Sono l’uomo che si sveglia nella notte? Sono uno di quelli col fucile in mano? Ho parlato di un “noi” che si contrappone all’orso, finora, ma non ci credo più di tanto.
La verità è che non mi è dato, in questa storia, sapere con certezza chi mi rappresenta. Sicuramente faccio fatica ad accettare la mia natura, e non riesco a viverla con la facilità con cui la affrontano tanti altri. Credo di essere orso, ma non lo sono sempre stato. Sono stato l’uomo che ci sparava sopra, anche se forse sarebbe più corretto dire bambino. Mi sono svegliato una notte ed ho cercato un orso sulla spiaggia, trovandolo morto. Forse non ne ho mai incontrati di vivi, ma il pensiero mi ha tormentato fino a che ho cominciato a veder crescere il pelo candido su di me. Ho cominciato a camminare a quattro zampe, e a far inorridire i bipedi attorno a me. Mi spareranno, anzi mi hanno già sparato. Ma non importa. Non mi reputo superiore a loro: sono stato anche io così, o peggio. Ognuno segue la sua natura, in fin dei conti: io provo a stare in mezzo a loro. Di tanto in tanto mi uccidono; altre volte si svegliano nella notte per venire a cercarmi.
E’ la mia natura: non l’ho scelta, checchè ne credano gli uguali.

Quest’anno sono dieci anni. Dieci anni che ho conosciuto alcune delle persone più significative nella mia vita, e dieci anni da un concerto dei Tre Allegri Ragazzi Morti che mi avrebbe cambiato la vita. Nel 2004 vivevo una condizione di angoscia indescrivibile e cattiva; poi arrivò quasi per caso quel concerto al Nuvolari, che mi fece capire di non essere l’unico orso polare. Arrivò quella maschera, che è uno dei miei cimeli più preziosi: compie dieci anni anche lei, tanti auguri.
Oggi so che molte persone sono orsi: si mascherano, ci provano, ma li si smaschera da un chilometro. Finitela, siete patetici. Non avete scelto la vostra diversità, ma cullatela: di certo non potete eliminarla.

Io canto, come dieci anni fa. Canto una canzone che nella sua semplicità dice tutto di me. Una canzone che è la prima scritta da Davide. La canzone di tutti gli orsi polari che, sbattendosene della Groenlandia a loro deputata, prendono il mare per raggiungere un’Islanda che li accoglierà a colpi di schioppo.


“Non saremo mai come voi
Non saremo mai come voi, siamo diversi
Puoi chiamarci se vuoi
Puoi chiamarci se vuoi ragazzi persi.”

Going home


cohenSono giornate splendide: magari non per il sottoscritto, che lotta contro l’ennesimo intoppo burocratico verso una laurea che, quando e se arriverà, avrà il sapore più della disperazione che della soddisfazione per un traguardo raggiunto.
Sono, e devono essere, giornate splendide per il resto del mondo almeno.
Perchè è arrivato un autunno fresco e gradevole; il Sole è altissimo nel cielo e rende più che sopportabile quell’aria pungente, che diventa ogni giorno un po’ più fredda. La terra è dura e arida, regala al passaggio una sensazione che esiste solo in questa stagione. Senza parlare, poi, delle foglie che scricchiolano sotto i passi distratti. Se si ha la fortuna di fare due passi in collina, magari nel weekend, magari da soli… la meraviglia raddoppia, triplica, centuplica. Animali cercano le ultime risorse prima dell’inverno gelido: sabato ho avuto la fortuna/sfortuna di incontrare un’enorme serpente; poco più in là, la mantide religiosa; un po’ oltre uno splendido rapace che veleggiava nel cielo terso.
Sarebbe saggio abbandonarsi ai suoni della natura: peraltro, forse avrei sentito il sibilare di quel serpente prima di avvicinarmici in modo così squisitamente pericoloso. Mi sarei goduto, oltre che la sensazione, anche il suono delle foglie che si accartocciano. Ma io sono irrecuperabile: ovunque vada, per rilassarmi, ho bisogno del mio cellulare (ahimè, se almeno mettessi la modalità “aereo”) con sopra le mie canzoni.
Sabato, proprio mentre mi perdevo nella natura e i miei pensieri si facevano più rilassati per la prima volta da molti giorni, il lettore mi ha regalato una canzone che l’anno scorso avevo molto amato, ma anche dimenticato troppo in fretta.
Going Home, del grandissimo Leonard Cohen. Uno dei miei pochissimi ascolti esterofoni: con ogni probabilità, unico tra i cantautori. Mentre camminavo e cercavo di fare istantaneamente una traduzione (mi rendevo conto con un certo deluso stupore di non averlo mai fatto prima), mi sono reso conto che quella canzone mi parlava ad un livello molto profondo.
Ecco dunque perchè proporla sul blog, accompagnandola con un paio di riflessioni.

Leonard+Cohen+leonardcoheno2Quell’inizio, I love to speak with Leonard, è tanto scherzoso quanto stupendo. Lo si dà per scontato, il dialogo con se stessi: non ci si pensa mai. Il soliloquio, se fatto ad alta voce, è uno dei sintomi più evidenti di disagio mentale, o almeno come tale viene percepito. Ci va dunque coraggio ad ammettere di amare il semplice parlare con se stessi (magari più intimo, e fatto solo nella propria mente). Io amo parlare con me stesso? Una volta avrei risposto affermativamente, senza nemmeno rifletterci su. Oggi il discorso si fa un po’ più complicato. Ho sempre detto, a discapito delle apparenze, di amare molto me stesso: ovvio dunque che potesse esserci un dialogo franco e sincero, piacevole. Non è che adesso non ami più, ma spesso il mio dialogo interiore mi porta su piste che mi fanno molta paura. Il futuro, innanzitutto. Le mie difficoltà negli ultimi metri di percorso verso la Laurea, quasi mai di natura propriamente studentesca. Le mie difficoltà nei rapporti umani. Forse è solo quello che succede ad ogni adulto; guardando indietro con una buona dose di onestà devo dire che per lunghi anni ho cercato di rimandare il mio essere adulto. Poi in un attimo mi sono detto “Hai venticinque anni, se non sei adulto adesso non lo sarai mai”. E allora ci sto provando, a crescere. Ma non mi vergogno di dire che credo che nessuno sia mai “arrivato”, e che ci sia sempre qualcosa da imparare, che ci sia sempre un passo ulteriore da fare verso la maturità. E l’immaturità più colossale sarebbe proprio il negarlo.
Il vero adulto, la vera persona matura… non può prescindere da un sano dialogo con se stessa.

E allora, parlando con se stessi, forse saremo in grado di dare una definizione di noi. Trovo tenerissimo quell’autodefinirsi di Cohen nella prima strofa: “…è uno sportivo ed un pastore, è un pigro bastardo che vive in giacca e cravatta“. Cosa direi se dovessi parlare di me stesso con quella stessa esasperata sintesi? Diavolo, mi verrebbe da dire le stesse cose. Sono uno sportivo e indubbiamente ho sempre cercato di essere pastore. Sulla mia pigrizia e bastardaggine penso nessuno avrebbe niente da eccepire. Certo, ci metteremmo tutti a sghignazzare ipotizzando che io viva in giacca e cravatta. Ma a parte queste assonanze, il dialogo con me stesso cosa mi porta a dire? Che sono uno che ha cercato di nascondere il proprio cuore perchè la gente smettesse di ferirlo, e così facendo si è fatto le ferite più mortali. Ed allora sono uno che non riesce più a nascondere quel che prova, e sono uno che prova sensazioni e sentimenti molto violenti, esagerati. Sono un pessimista purtroppo, ma chissà che anche questo un giorno non possa cambiare. Sono una persona sempre in dubbio, che non sa regalare certezze. Ecco cosa sono, ecco cosa penso di me quando parlo con me.

Però dice quello di cui gli parlo, anche se non è gradito. E’ solo che non ha la libertà di rifiutare.
Ed è proprio questa sincerità, che spero mi sia sempre compagna, che mi porta a dire ad alta voce tutto ciò che il mio io più interiore mi suggerisce. A volte anche io vorrei potermi tenere qualcosa dentro. Chiudere il blog, magari: per dirne una. Passare una serata col mio amico, che in questi mesi è come e più di un fratello, senza riferirgli tutti i miei errori del weekend precedente come se fossi uno scolaretto sorpreso a copiare dalla sua maestra. Ed invece no: non ho la libertà di rifiutarmi di dare sfogo ai pensieri del mio io interiore, di quel Paolo col quale amavo tanto parlare… ed ora chissà.

Poi, nella canzone arriva il ritornello. Quel ritornello che in molti vedono come una malinconica ode alla morte, scritta da un uomo di quasi ottant’anni che scorge il suo tramonto.
Andando a casa senza il mio dolore.
Andando a casa, domani, presto o tardi.
Andando a casa dove è meglio di prima.
Andando a casa senza il mio fardello.
Andando a casa dietro il sipario.
Andando a casa senza il costume che indossavo.
Certo, i riferimenti alla dipartita estrema non possono essere ignorati. Ma la casa non è solo la morte, io ci leggo di più. La casa è quel luogo (quell’amicizia? quella famiglia? quell’amore infinito? quell’esperienza unica?) dove puoi essere finalmente te stesso. Quel luogo dove i due dialoganti, l’ “io” più esteriore e quello più interiore, diventano una persona sola. Non hanno più bisogno di quel teatrino: quello interiore non deve più passare il filtro, pur debole, di quello esteriore.
In questo momento, per me, quel luogo è un’amicizia unica e speciale. Quando mi rifugio in essa, il mio dolore si affievolisce. Dopo ognuna delle ore passate insieme di cui si nutre quest’amicizia, mi sento un po’ meglio di prima. Better then before. Quando mi rifugio lì, non ho bisogno di fardelli; tantomeno di maschere, costumi.
E penso a quanto sia bello sentirsi a casa. Quanto sia un modo di dire universale, delizioso. In nessun luogo ti senti meglio, rispetto a quello che hai deciso di chiamare “casa”. Going Home, allora. Adesso vuole dire non risparmiarmi in quell’amicizia, e dato che mi sento a casa lì, pensare anche ad “ampliare” questa casa introducendovi nuove persone. Mi ero dimenticato quanto potesse essere importante un amico.
Ma può anche voler dire trovare nuovi posti da sentire casa mia.
Che bello poter cantare quel “Going Home”: quanta musicalità in quelle due semplici parole. Pensate quanto sarebbe più triste uno “Staying Home”: un semplice stare in una casa. Andarci invece… andarci significa che si ha avuto la forza di uscire dalla casa, e muoversi in un mondo più ampio. Anche se questo può voler dire trovare dolori e fardelli; anche se a volte possono rendersi necessari travestimenti che ci umiliano e ci snaturano. Quanto sarà più bello, però, tornare a quella casa: quanto la apprezzeremo di più. Non rischierà mai di essere noiosa.

Concludo dunque la riflessione con due parole su un tema ricorrente (perchè importantissimo): quello della semplicità.
Viviamo vite semplici, ma a volte cerchiamo di farle vedere come complicate. Esagerando i nostri problemi e le nostre virtù. Sentendoci tutti delle piccole star: e in questo quanto ci hanno fatto male i social network e l’avvento dell’epoca di internet. Avremmo tutti voglia di fare qualcosa di importante, che resti nella storia. Nella canzone si parla di una canzone di amore, un inno al perdono, un pianto superiore alle sofferenze, un sacrificio recuperato. Insomma, vorremmo fare chissà cosa.
Ma poi c’è un “Io” interiore che ci richiama con affetto, e ci dice che non è di quello che ha bisogno.
Può anche succederci: può capitare, per caso o per talento, di fare cose grandiose. Scrivere grandi canzoni d’amore, se si è cantanti; scrivere poesie immortali o fare scoperte dall’importanza smisurata.
Ma, per quanto sognare queste cose ci scaldi il cuore, non sono le più importanti.
La cosa più importante è capire la nostra vocazione per la felicità, la serenità, la completezza. La cosa più importante è essere capaci, almeno ogni tanto, di sbarazzarci di ogni fardello, non avere bisogno di idee o pensieri. La cosa importante è riuscire a provare gusto nel riferire al mondo intero ciò che la nostra personalità più profonda ci ha rivelato.
Ed allora, sì, è come andare a casa.

Perchè nulla è semplice e bello come una casa. Nessun concetto è “banale” come quello di casa, eppure è insito in ognuno di noi.
Ed io? Non voglio smettere di “cercar casa”, e voglio sorridere mentre girerò la chiave nella serratura. Voglio sentire quello stesso coro che canta il ritornello nel finale, quasi paradisiaco. Io… non vedo l’ora.

Going home without my sorrow,
going home sometimes tomorrow.

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