Litfiba – Grande Nazione (2012)
1 – Fiesta tosta
2 – Squalo
3 – Elettrica
4 – Tra te e me
5 – Tutti buoni
6 – Luna dark
7 – Anarcoide
8 – Grande nazione
9 – Brado
10 – La mia valigia
11 – Dimmi del nazi (bonus)
A me di solito piacciono le canzoni complicate. Quelle che “non basta ascoltarle una volta”, quelle a cui puoi dare mille interpretazioni diverse. Proprio per questo, a rigor di logica, dovrei rimpiangere i venti Euro investiti in questo disco e cestinarlo senza pietà. Perchè è maledettamente semplice, vuoi nei testi delle canzoni, vuoi nella musica. Non ci sono particolari sfumature nascoste, è tutto sotto la luce del sole fin dal primo ascolto.
Veniamo però al motivo per cui di solito non amo le canzoni semplici: perchè non hanno nulla dietro. Si fanno soltanto portavoci del nulla, copiando da se stesse ad infinitum. Un’ottima strategia per correre incontro al successo popolare e radiofonico. Qui, invece, c’è qualcosa di più. Una semplicità che non va a braccetto con la banalità (e lo capisci prima ancora che esca il disco, ascoltando “Squalo”). Qui la semplicità diventa sinonimo di essenzialità. Si tratta di canzoni che vanno all’essenziale, sia nei testi sia nella musica che li accompagna.
Non c’è un’ipocrita ricerca di consenso, perchè in fin dei conti i Litfiba non ne hanno bisogno.
Viene dipinta la nostra bella Italia, e lo si fa con l’occhio di un disilluso bambino. Un bambino che non è capace di sofismi intellettuali, ma che non può girarsi dall’altra parte di fronte al degrado dilagante. E allora, con quest’occhio innocente e al contempo disincantato, l’Italia affiora dai versi di “Fiesta Tosta” (“Soldi facili, sesso droga e Gesù Cristo: siamo più felici sull’orlo del disastro”), “Tutti buoni” (Tutti bravi, tutti buoni, ma solo in tempo di elezioni. Tutti belli generosi, narcisisti e un po’ mafiosi“) e la splendida title track “Grande Nazione” (“151 anni di mafia e di massoni, 151 anni di raccomandazioni! Noi siamo il paese dei balocchi per i ricchi, Repubblica fondata sulla furbata incentivata”).
E’ poi così diverso dal demagogico Ligabue con la sua “Buonanotte all’Italia” di qualche anno fa?
Forse se il disco si fermasse alla placida denuncia non si discosterebbe poi tanto, e strizzerebbe l’occhio al qualunquismo (come effettivamente sembra fare il singolo “Lo Squalo”, dove il bersaglio polemico è la mentalità consumista).
Invece la denuncia è soltanto l’inizio. Perchè ad esplodere tra le tracce dell’album, oltre all’ironia, è la proposta del modello “nomade” cantato dai Litfiba già negli anni ’80, se possibile ancora più grezzo e sregolato. Proprio per questo divampa uno dei brani più belli del disco: Anarcoide, con quel “Voglio energia” che diventa quasi un urlo liberatorio. La rassegnazione sembra prevalere in “Brado” (“Il mondo è una puttana che si vende a chi la paga di più”), ma alla fine a spuntarla e a chiudere il disco è “La mia valigia”, l’azzeccatissimo secondo singolo. Il viaggio diventa così simbolo della vita, l’atteggiamento sognante diventa un atto d’amore. La vita intesa come viaggio non è certo un concetto originale: ma ci sono temi che, se sviluppati adeguatamente, possono portare lo stesso a risultati eccellenti.
A far da corollario a tutto questo discorso (molto organico), una manciata di brani più intimi (in cui anche la profondità dei testi si innalza sensibilmente): “Tra te e me” non è a mio parere particolarmente riuscita, mentre meritano una menzione d’onore “Luna Dark” e “Elettrica”.
La prima richiama fortemente all’esperienza maturata dal Piero Pelù solista: una ballad malinconica e sognante, raffinata quanto avvolgente. “Elettrica” invece è una scarica di energia, quasi a voler dimostrare che si può parlare di sentimenti anche senza essere mogi e sbadiglianti. Ci presenta una donna forte e sensibile al tempo stesso, femmina fino in fondo ma emancipata e moderna. Un miracolo di equilibrio e imperfezioni che la rende una creatura in estinzione.
Poi, come tutte le cose belle, finisce. E ti lascia lì, col desiderio di riascoltarlo. E se questo non succede, lo si può pur sempre accantonare senza troppo rancore: non merita di sicuro la distruzione riservatagli da certi critici e certi “fan”. Leggo recensioni in giro che condannano il disco come se si trattasse di un peccato capitale, un insulto alla tradizione rock ultratrentennale dei Litfiba. Sbagliato. Forse dopo un’assenza tanto lunga, qualcuno si aspettava qualcosa di diverso. La verità è che quel qualcuno si aspettava qualcosa di diverso rispetto ai Litfiba. Si aspettava testi super-poetici e profondi, che analizzassero il cuore umano e sapessero dare una risposta ultima alla domanda: “Qual’è il senso della vita?”. Cose che i Litfiba non hanno mai fatto. Si aspettavano una sperimentazione musicale: questa, sì, i Litfiba l’hanno fatta. Ma quando era necessaria e possibile. Si aspettavano qualcosa di meno commerciale. Questo disco non è commerciale, per quanto può valere la mia opinione. E’ stato tacciato di commercialità ben prima di uscire. Vi dirò di più: era un disco commerciale prima ancora di essere scritto. Perchè per la scena indipendente italiana qualsiasi artista che venda più di dieci copie è irrimediabilmente e schifosamente commerciale. Questo credo Ghigo e Piero lo sappiano, e abbiano imparato a fregarsene.
Lo testimonia la scelta quale singolo della sopracitata “La mia valigia”. Forse uno dei brani più accessibili e nazionalpopolari. Ben venga: dai Litfiba non è lecito aspettarsi sofisticate menate intellettuali. Ci propongono qualcosa di semplice, essenziale, travolgente. E ci danno una lezione importantissima: le cose si possono fare, in Italia. Le si può fare bene. Perchè in questo disco ci sono arrangiamenti perfetti. Ci sono strumenti suonati alla perfezione. Ci sono sapienti assoli del buon Ghigo che vivacizzano brani già di per sè ottimi.
Questo disco ha quell’originalità necessaria per renderlo una pietra miliare del rock italiano? No, assolutamente.
Questo disco è ottimo? Sì. Perchè ben suonato. Perchè ben cantato. Perchè le canzoni sono orecchiabili. Perchè dicono qualcosa, pur con tutta la semplicità del caso. Perchè ci sono dei sentimenti, e non sono di plastica come quelli che siamo abituati a sentire in radio. Perchè ci sono delle esplosioni che ti fanno venire voglia di urlare “Il rock non è morto!”.
E di sicuro non lo sono i Litfiba, credetemi.
(Piccola menzione negativa: la scelta di distribuire il disco in due versioni: deluxe e normale. Capisco il momento di crisi e la necessità di vendere un prodotto ad un prezzo accessibile, ma c’è una soluzione ed è la più semplice: vendi il prodotto ad un prezzo accessibile. Punto e stop. Che senso ha privare chi acquista la versione “normale” dell’ottimo libretto? Fa parte dell’arte di questo disco. I testi sono accompagnati da splendide illustrazioni, e vengono sottolineati graficamente i concetti più importanti. Non ha senso che alcuni fruitori ne godano ed altri no. Ma sono 36 pagine! potrebbero obiettare i produttori. Sì, ma la metà di queste pagine sono composte da foto di Piero Pelù e Ghigo, talmente simili tra di loro da sembrare una parodia. L’espressione di Ghigo è sempre la stessa, diamine! Sembra un fotomontaggio. Non parliamo poi dell’eterno semi-strumentale “Dimmi del nazi”, bonus track riservata ai fortunati fruitori della versione deluxe. Completamente decontestualizzato rispetto al resto del disco. Non è solo inutile: è dannoso. Se imposti la riproduzione casuale, prima o poi te lo ritrovi nelle orecchie, maledicendo quei cinque euro in più spesi).


Ti dirò, non l’ho ascoltato con perizia, ma a me non aveva entusiasmato, forse fin troppo abituato a sonorità più datate degli stessi Litfiba.
Mi sembra che abbiano perso mordente, ma come ti dicevo, parlo non avendolo ascoltato benissimo, ma solo con le proposizioni di presentazione via radio.
Magari mi ci metterò meglio, ma la sensazione che siano invecchiati sarà difficile da farmi andare via, quindi dovrò abituarmi all’idea…;)
Sono pienamente d’accordo sul “sono invecchiati”: per me non è un malus, ma è una cosa che va considerata, eccome, nell’ascolto.
Grazie mille per il commento!