Ho sceso, dandoti il braccio

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
E ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
Le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
Non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
Le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

A questo giro direi che è inutile fare le pur dovute premesse sulla mia inadeguatezza al confronto con le opere poetiche: sono già state fatte nel post precedente.
Ancora Montale; ancora una poesia che tutti, più o meno, dovrebbero aver letto. Il che denota la mia totale ignoranza in materia: le mie conoscenze sul tema non vanno oltre gli sbiaditi ricordi delle medie e delle superiori.
Non starò a dilungarmi sul significato della poesia: anche questo è tema da antologia scolastica. L’autore soffre la perdita della moglie, il cui ricordo si propone ogni volta che da solo compie piccoli gesti quotidiani, come scendere una scala. La seconda strofa è una tenera confessione, un piccolo atto d’amore: Montale riconosce che era la sua dolce metà a vedere bene, a delineare il percorso più giusto e meno angoscioso.
C’è chi in quella scalinata legge anche l’angoscia dell’invecchiamento: così, i gradini scesi insieme (i giorni trascorsi) erano spensierati e sicuri; lei era capace di accettarli e di condurre il marito con sè. Trovatosi solo, l’uomo è terrorizzato e annaspa con fatica scendendo inesorabilmente, vedendo i giorni volargli via.

Darò a questa poesia un significato tutto mio, ben lontano da quello inteso dall’autore. Un significato che si arrampica sulle corde della fantasia, del sogno. Sento di potermelo permettere, perchè leggo proprio in questa poesia un palese disprezzo per “chi crede che la realtà sia quella che si vede”. C’è una realtà in cui spesso mi rifugio, e non me ne vergogno: la lucente realtà dei sogni. Non credo che sia un sintomo di poca stabilità mentale: so essere molto concreto quando le circostanze lo richiedono. Ma quando il mondo reale non mi soddisfa (il che, diciamolo, negli ultimi tre o quattro anni è successo spesso) amo concedermi del tempo per tuffarmi in una realtà diversa. Una realtà arrogante, in cui tutti gli altri si comportano come vorrei io. Una realtà rassicurante dove io so sempre vincere su ogni avversità. Una realtà commovente, dove io posso essere sempre quello che vorrei essere. Un posto irreale dove posso sfoderare il meglio di me, senza dover chiedere il permesso a nessuno. Senza dovermi chiedere se è il caso oppure no, senza dovermi giustificare se questo “meglio” non viene capito.

Perchè il “gioco” dei sogni sia caldo e rassicurante, preferisco non sparare troppo in alto. Non sogno di essere un imperatore, nè un grandissimo atleta. Sogno piccole cose; questo consente al mio inconscio di illudersi. Di dirsi: forse un giorno trasformerai in realtà questi tuoi piccoli desideri.
Capitano però delle pericolose cadute lungo questa scala (una è successa proprio in questi giorni): questo succede quando ti rendi conto che quel sogno che tu credevi possibile, realizzabile per quanto improbabile… è silenziosamente scivolato nel campo dell’irreale. Cadi da quella scala dei sogni quando ti rendi conto che ti eri illuso ancora una volta, costruendo tutto ciò in cui credevi su una sabbia instabile.
E ti rendi conto che più passavano i giorni, più credevi di avere delle concrete chance di rendere reale la tua ambizione onirica.

E così mi sono inabissato, sognando di Te*. Ho sceso milioni si scale dando il braccio ad un sogno irrealizzabile. Quando mi sono reso conto che eri impossibile, sei scomparsa lasciandomi da solo. Lasciandomi nell’angoscia di dover scivolare ancora più in basso, e di essere paradossalmente ancora più solo. Dover fare mille cose: coincidenze, prenotazioni, sfottò di chi mi dice di crescere, risate di chi non mi capisce, esami scolastici, giorni di studio, capodanni, ricerche di impieghi temporanei. Doverle fare senza te: e a questo ormai ero abituato. Doverle fare senza neppure sognarti: è questo che ora mi ferisce. Quant’è buffo che questo mio viaggio continui tutt’ora: non già senza di te, ma senza l’immagine di te che evocavo, quasi come se fosse stata un amico immaginario (Dio, quanto sono puerile).
Le sole pupille erano le tue, benchè fossero non offuscate ma inesistenti. Io gli occhi li avevo chiusi, e mi lasciavo guidare. Da Te, sogno, che non hai occhi. Era stupido, pericoloso, insensato. Eppure era così rassicurante!

La poesia non si sofferma, se non per un fugace istante, sulla sensazione di vuoto che si prova quando il piede abbandona un gradino per scendere su quello successivo. Non ti soffermerai mai su quella sensazione, se insieme a te c’è qualcuno. Che sia un vero amico, che sia la donna della tua vita, che sia un perfetto sconosciuto che ti sta dando qualcosa da pensare. Che sia un sogno, uno stupido sogno. Ma quando sei solo, ogni gradino ti spalanca una porta su un’infinità di insicurezze, difficoltà, paure. Ogni gradino sceso diventa un incubo in miniatura. Non tanto perchè la scala porta dove tu non vorresti, quanto invece proprio per quell’orrida sensazione di vuoto.

Ma bando alle ciance, è il momento di chiudere un altro capitolo. Affidandosi ad un sogno ancora più stupido del precedente: che questo capitolo possa riaprirsi. E’ un piccolo desiderio che si sommerà ad altri cento: cento capitoli sui quali, pur senza ammetterlo, ancora mi auguro che non sia stata scritta la parola “fine”.
Poi un giorno avrò il coraggio di chiuderli del tutto, tutti insieme.
Forse sarò arrivato al fondo della scalinata e non dovrò scendere ulteriormente; forse invece mi dirigerò con rinnovata fiducia verso un’altra rampa di scale, dando il braccio a qualcosa di più concreto che un infantile sogno.
E forse allora sarò un Uomo.

**********

*Il colore verde ovviamente non è casuale.

Posted on 17 dicembre 2011, in Uncategorized and tagged , , , , . Bookmark the permalink. 2 commenti.

  1. La seconda metà è anche mia… E credo di molti altri. Brividi

    • Paolo - http://redavide.wordpress.com/

      Grazie mille, di cuore, per il tuo commento!
      E’ davvero stupendo sapere di essere arrivato almeno un po’ al cuore di chi legge.
      GRAZIE!

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