Archiviazioni mensili: dicembre 2011

Ho sceso, dandoti il braccio

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
E ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
Le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
Non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
Le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

A questo giro direi che è inutile fare le pur dovute premesse sulla mia inadeguatezza al confronto con le opere poetiche: sono già state fatte nel post precedente.
Ancora Montale; ancora una poesia che tutti, più o meno, dovrebbero aver letto. Il che denota la mia totale ignoranza in materia: le mie conoscenze sul tema non vanno oltre gli sbiaditi ricordi delle medie e delle superiori.
Non starò a dilungarmi sul significato della poesia: anche questo è tema da antologia scolastica. L’autore soffre la perdita della moglie, il cui ricordo si propone ogni volta che da solo compie piccoli gesti quotidiani, come scendere una scala. La seconda strofa è una tenera confessione, un piccolo atto d’amore: Montale riconosce che era la sua dolce metà a vedere bene, a delineare il percorso più giusto e meno angoscioso.
C’è chi in quella scalinata legge anche l’angoscia dell’invecchiamento: così, i gradini scesi insieme (i giorni trascorsi) erano spensierati e sicuri; lei era capace di accettarli e di condurre il marito con sè. Trovatosi solo, l’uomo è terrorizzato e annaspa con fatica scendendo inesorabilmente, vedendo i giorni volargli via.

Darò a questa poesia un significato tutto mio, ben lontano da quello inteso dall’autore. Un significato che si arrampica sulle corde della fantasia, del sogno. Sento di potermelo permettere, perchè leggo proprio in questa poesia un palese disprezzo per “chi crede che la realtà sia quella che si vede”. C’è una realtà in cui spesso mi rifugio, e non me ne vergogno: la lucente realtà dei sogni. Non credo che sia un sintomo di poca stabilità mentale: so essere molto concreto quando le circostanze lo richiedono. Ma quando il mondo reale non mi soddisfa (il che, diciamolo, negli ultimi tre o quattro anni è successo spesso) amo concedermi del tempo per tuffarmi in una realtà diversa. Una realtà arrogante, in cui tutti gli altri si comportano come vorrei io. Una realtà rassicurante dove io so sempre vincere su ogni avversità. Una realtà commovente, dove io posso essere sempre quello che vorrei essere. Un posto irreale dove posso sfoderare il meglio di me, senza dover chiedere il permesso a nessuno. Senza dovermi chiedere se è il caso oppure no, senza dovermi giustificare se questo “meglio” non viene capito.

Perchè il “gioco” dei sogni sia caldo e rassicurante, preferisco non sparare troppo in alto. Non sogno di essere un imperatore, nè un grandissimo atleta. Sogno piccole cose; questo consente al mio inconscio di illudersi. Di dirsi: forse un giorno trasformerai in realtà questi tuoi piccoli desideri.
Capitano però delle pericolose cadute lungo questa scala (una è successa proprio in questi giorni): questo succede quando ti rendi conto che quel sogno che tu credevi possibile, realizzabile per quanto improbabile… è silenziosamente scivolato nel campo dell’irreale. Cadi da quella scala dei sogni quando ti rendi conto che ti eri illuso ancora una volta, costruendo tutto ciò in cui credevi su una sabbia instabile.
E ti rendi conto che più passavano i giorni, più credevi di avere delle concrete chance di rendere reale la tua ambizione onirica.

E così mi sono inabissato, sognando di Te*. Ho sceso milioni si scale dando il braccio ad un sogno irrealizzabile. Quando mi sono reso conto che eri impossibile, sei scomparsa lasciandomi da solo. Lasciandomi nell’angoscia di dover scivolare ancora più in basso, e di essere paradossalmente ancora più solo. Dover fare mille cose: coincidenze, prenotazioni, sfottò di chi mi dice di crescere, risate di chi non mi capisce, esami scolastici, giorni di studio, capodanni, ricerche di impieghi temporanei. Doverle fare senza te: e a questo ormai ero abituato. Doverle fare senza neppure sognarti: è questo che ora mi ferisce. Quant’è buffo che questo mio viaggio continui tutt’ora: non già senza di te, ma senza l’immagine di te che evocavo, quasi come se fosse stata un amico immaginario (Dio, quanto sono puerile).
Le sole pupille erano le tue, benchè fossero non offuscate ma inesistenti. Io gli occhi li avevo chiusi, e mi lasciavo guidare. Da Te, sogno, che non hai occhi. Era stupido, pericoloso, insensato. Eppure era così rassicurante!

La poesia non si sofferma, se non per un fugace istante, sulla sensazione di vuoto che si prova quando il piede abbandona un gradino per scendere su quello successivo. Non ti soffermerai mai su quella sensazione, se insieme a te c’è qualcuno. Che sia un vero amico, che sia la donna della tua vita, che sia un perfetto sconosciuto che ti sta dando qualcosa da pensare. Che sia un sogno, uno stupido sogno. Ma quando sei solo, ogni gradino ti spalanca una porta su un’infinità di insicurezze, difficoltà, paure. Ogni gradino sceso diventa un incubo in miniatura. Non tanto perchè la scala porta dove tu non vorresti, quanto invece proprio per quell’orrida sensazione di vuoto.

Ma bando alle ciance, è il momento di chiudere un altro capitolo. Affidandosi ad un sogno ancora più stupido del precedente: che questo capitolo possa riaprirsi. E’ un piccolo desiderio che si sommerà ad altri cento: cento capitoli sui quali, pur senza ammetterlo, ancora mi auguro che non sia stata scritta la parola “fine”.
Poi un giorno avrò il coraggio di chiuderli del tutto, tutti insieme.
Forse sarò arrivato al fondo della scalinata e non dovrò scendere ulteriormente; forse invece mi dirigerò con rinnovata fiducia verso un’altra rampa di scale, dando il braccio a qualcosa di più concreto che un infantile sogno.
E forse allora sarò un Uomo.

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*Il colore verde ovviamente non è casuale.

Felicità raggiunta

La prima volta che incontrai “Felicità raggiunta” frequentavo il biennio, alle superiori. Il che significa che sono passati otto o nove anni: questo qualifica il presente post come una delle gestazioni più eterne della storia della mia “scrittura”.
Non sono un appassionato di poesia, anche se in passato ho provato qualche volta ad esserlo. Preferisco una bella canzone ad una bella poesia. Questo rende il trionfo di “Felicità raggiunta” ancora più lampante e glorioso.
E’ dura essere la poesia preferita di un uomo che in generale non preferisce la poesia.

Spesso, in passato, aprendo il mio blog ho pensato “Quanto ci starebbe bene la poesia di Montale”. Però ho sempre rimandato: vuoi per pigrizia, vuoi per rispetto verso una forma d’arte che conosco molto poco (vedi anche post precedente). Nell’ultimo mese però mi è stato impossibile non pensarla ancora più spesso: prima l’ho dedicata ad un’amica; poi l’ho ritrovata sul profilo FB di un’altra persona per me importantissima.
E allora eccoci qui, davanti a quelle due strofe che spesso hanno illuminato una strada molto incerta. A guardare con un misto di ammirazione e timore quei pochi versi in cui stanno racchiuse così tante cose.

Felicità raggiunta, si cammina
per te sul fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s’incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t’ama.

Se giungi sulle anime invase
di tristezza e le schiari, il tuo mattino
e’ dolce e turbatore come i nidi delle cimase.
Ma nulla paga il pianto del bambino
a cui fugge il pallone tra le case

Solitamente non mi piace chi parla di tristezza. Mi sembra un metodo più che efficace per “sparare nel mucchio”: la tristezza interessa tutti ed è disponibile per chiunque. Parlare di felicità è una scelta decisamente più coraggiosa. Anche se si potrebbe pensare il contrario, la felicità interessa a pochi eletti. La maggior parte delle persone ci rinuncia, più o meno consapevolmente. E non facciamoci l’idea (un po’ di comodo) che queste persone rinuncino perchè costrette dalle circostanze della vita. Molto più crudamente, smettere di cercare la felicità è la scelta più semplice da prendere. Quella meno dispendiosa, in termini di energie e risorse.
Cercare di raggiungere la felicità è uno sforzo disumano. Dis-umano. Non umano. Sopra l’umano. Eppure proprio ciò che trascende l’essere umano…ci rende pienamente umani.
Dio. I sentimenti. La felicità.
Qualsiasi animale evoluto può fare un calcolo razionale di costi e benefici, ed effettuare scelte di conseguenza; soltanto l’uomo ha il privilegio di cercare disperatamente la strada che porta alla felicità.
Una volta individuata quella strada, si è costretti a seguirla. Soltanto un codardo scapperebbe. Soltanto i codardi rinunciano alla felicità, magari barattandola con un mucchietto di soldi o con un mucchietto di finti amici.
Sei costretto a camminare dritto con la schiena e a passo marziale. Anche se malauguratamente ti rendi conto che quella strada porterà pure alla felicità, ma è inagibile. Magari perchè percorrerla fino in fondo richiederebbe risorse e talenti che tu non hai e non puoi avere; magari perchè si scontra con la strada della felicità di qualcun altro ben più determinato a calpestare la tua per percorrere la sua. Magari perchè si ferma contro un muro eretto da qualcun altro: un muro legittimo, giusto, sacrosanto: ma pur sempre un muro.

E allora cerchi di convincerti che la felicità è effimera. Come fa Montale nella sua poesia. Che pochi si pongono il dubbio “Ma sarà vero che la ritiene instabile o è come la volpe con l’uva?”, ma di sicuro io sì.
Se è vero che la felicità è come un barlume di luce vacillante, allora la felicità è pericolosa. Perchè se ti sei addentrato in posti oscuri seguendo quella luce, il suo spegnimento significherà la tua perdizione.
Se è come il ghiaccio sottile pronto a sgretolarsi, non è soltanto pericolosa: è mortale. Perchè quando quel ghiaccio si sarà rotto, tu annegherai nelle acque più gelide.
E allora perchè la dovremmo cercare, sapendo che probabilmente finirà per ucciderci?
Semplice: perchè è ciò che ci rende pienamente umani. Quel che ci erge al di sopra di una massa informe di persone che si sono accontentate di… meno. Per loro la felicità non è certamente un pericolo: non l’avranno mai. Non avranno che un patetico surrogato. E’ buffo che i cercatori di felicità debbano invidiare quel branco di stolti. Eppure è così. Mi riconosco come un fiero cercatore di felicità, e mi riconosco come un bieco invidioso di chi vi ha rinunciato, gustandosi i surrogati. Chi non crede più nell’amore e ne avrebbe a piene mani. Chi non crede più di poter cambiare il mondo e avrebbe i mezzi per farlo. Chi non credendo negli ideali di amicizia e di gruppo, ha uno splendido gruppo di amici.
E allora mi riprendo quel minimo di lucidità, come uno sbronzo che guardandosi con disprezzo allo specchio cerca di riavere un barlume di sobrietà per affrontare un discorso che gli sta a cuore. Mi alzo, con la schiena ben dritta, guardo negli occhi questa gente e dico: tenetevela. tenetevi i surrogati. Fate finta che vi piacciano. Rimanete sempre ben fermi, e se qualcuno provasse mai ad aprirvi gli occhi siate lesti a richiuderli. Per non dover percorrere nessuna strada difficile. Per non doverla neppure vedere.

E a qualcun altro, non necessariamente me, basterebbe la metà di ciò che avete per essere felice. Ma a volte sembra che sia l’Altissimo in persona ad aver lanciato quella maledizione: “dunque non ti tocchi chi più t’ama”.
Ti violentino in gruppo, quelli che non t’amano. Ti schiaffeggino, ti disprezzino. Ti deridano e ti sputino. Ti vendano, come la più squallida delle meretrici.
Ma chi ti ama, non riesca a toccarti che per qualche fugace istante.
Quasi come se tu, Felicità, fossi una di quelle donne con chissà quali traumi psicologici alle spalle, che cerca soltanto uomini che le faranno del male ignorando e respingendo quelli che potrebbero ricambiarla con affetto.
E non so perchè debba essere così, ma di sicuro mi fa tanto male.
E ho smesso da un po’ di credere alla favola bella che la felicità, se la vuoi, puoi raggiungerla. Molto meglio l’onestà di Montale, che mi mette in guardia dicendomi che volerla fortemente non potrà far altro che allontanarmi ulteriormente da lei.

E allora la seconda strofa, forse più inquietante della prima. Perchè parla di una felicità che all’improvviso ti raggiunge. Senza far rumore, senza il “cerimoniale” che ti aspetteresti dopo averla attesa così a lungo.
E’ come un nido brulicante di vita. Dunque, è una cosa semplice. Come l’amore (grazie, Tiziano).
Forse la felicità è proprio un altro nome da dare all’Amore. Nelle sue mille declinazioni. O forse è qualcos’altro. O forse è qualcosa di diverso per ognuno di noi. Per me, allora, è l’amore. Nelle sue mille sfumature, sia chiaro.
Ma chi consola il bambino che vede rotolare via per sempre il suo pallone?
Chi consola le persone che vedono volare via la felicità?
Chi consola quelle che la felicità non sono riuscite a raggiungerla?
Nessuno. La ricerca della felicità può coinvolgere altre persone, ma mai come protagoniste. Tu sei l’unico interprete di questo film. Tu solo puoi cercare la tua felicità, tu soltanto puoi rammaricarti quando la perderai, o se ti sfuggirà ancora una volta prima di averla afferrata.
Tu soltanto potrai immedesimarti in quel bambino in-felice.
E tu soltanto potrai trovare il coraggio di scendere in mezzo a quelle case, dentro vicoli stretti e bui.
Alla luce di un pallido barlume. Camminando su uno strato troppo sottile di ghiaccio.
Per riprendere quel pallone.
Per riprendere quello che è tuo.
Per riprenderti la tua felicità.

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Paolo è stato felice, almeno per un istante, prima di vedere la palla rotolare via tra le case:
-Quando ha conosciuto E., E. e P., al campo scuola del 2005, realizzando che la sua vita stava per cambiare;
-Quando ha baciato per la prima volta E., senza darsi troppi pensieri riguardo al futuro;
-Una volta che passeggiava per Cuneo con A., allora la sua ragazza. Perchè ha fermato per un attimo le parole, ha smesso di ascoltare quello che lei stava dicendo (Scusa!) e si è detto: “Sei mano nella mano con l’unica persona che ami. L’unica che vorresti. Quella che non cambieresti per nessun’altra al mondo. Legati nel cuore questo momento e non scordarlo mai”. (E infatti non l’ho mai scordato, ed eccolo qui);
-Durante il falò del suo primo campo scuola a Confine da animatore. E’ quello che poi ha chiamato, citando i Marlene Kuntz, “un lampo di infinità”. In cui ha sentito tutto l’amore del mondo per quelli che allora erano bambini e che ora sono più alti di lui e, su alcune cose, più maturi. In cui ha sentito la presenza di Dio forte come mai prima di allora, e come mai dopo di allora;
-Una partita di pallavolo vinta con la prima divisione, e giocata da titolare causa infortuni di tutti gli altri. Ma con che grinta! Con che determinazione! Spigliato di ogni consueta paura: quella sera non era lui in campo, era quello che avrebbe voluto essere sempre;
-Durante la gita a Parigi, quando complice un tasso alcolico non esagerato ma di sicuro superiore a 0.5, è riuscito dopo tanti anni a dire al suo amico M. quanto gli volesse bene;
-Quando ha ricevuto due regali di compleanno (in due anni diversi) dai suoi amici: le tartarughine e il concerto a S.Stefano;
-Quando Don C.gli ha chiesto di fare l’animatore per i giovanissimi;
-Una sera in cui guardava A.R., di cui era perdutamente innamorato, e lei era stanca ed erano entrambi sdraiati a S.Stefano, con cento altre persone. Ma lui sentiva che in fin dei conti erano soltanto loro due;
-Quando ha vinto il concorso letterario “I Fogli Nascosti”. Perchè ancora pensava di poter, un giorno, scrivere;
-Il giorno della sua laurea, perchè l’aveva voluta davvero con tutto se stesso;
-Quella sera in cui, passeggiando con M. e F., si è fermato con un sorriso che non dimenticherà mai e si è lasciato scappare un “Dai, non è possibile!”. aveva appena ricevuto un sms da una ragazza per lui speciale. Il testo del sms era “Buonanotte! Un abbraccio”. Ma era il pensiero che contava;

E per ora direi che basta così. Poi chissà quanti me ne sto dimenticando. Chissà quanti ne ho, consciamente o meno, omessi. Ma questi sono lì, come barlumi vacillanti e ghiaccio incrinato. Solo che sono passati: è questo che li rende indistruttibili. Sono luci che per quanto fioche non possono più essere spente; sono ghiacci che per quanto sottili non possono più essere incrinati. Palloni che non possono più rotolare via.
Sono i momenti per cui in fin dei conti è valsa la pena vivere finora.

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Se sei arrivato fin qui sei alla stregua di un eroe, perchè sono finora 1747 parole. Ti prego, dimmelo che sei arrivato fin qui: mi farà sembrare meno inutile la mattinata che ho speso leggendo e rileggendo una poesia conosciuta tanti anni fa; cercandone i significati ancora una volta; cercando di scrivere un pezzo di me; guardando ai momenti felici del passato.
Basta un commento. O un click sulle stelline in cima all’articolo. Tieniti pure il tuo anonimato, non è quello il punto. Ma fammi sapere se questo fiume di parole ti ha lasciato qualcosa, anche insignificante.
Se tu mi conosci, sai quanto il mio blog è importante per me.
Se non mi conosci, beh… sappi che il mio blog è molto importante per me.

Sensazioni, emozioni, pensieri.

…ridendo è scherzando, il mio fervore da blogger si era nuovamente smorzato. Dopo un ottobre di fuoco con ben cinque interventi (non succedeva da marzo 2010!), novembre si è assestato su valori ben più consueti: uno.
Come la mia esperienza insegna, la qualità è ampiamente preferibile rispetto alla quantità.
Nonostante ciò, la mia lista di “futuri argomenti di interesse per il blog” è più vasta che mai. La aggiorno spesso, è nascosta in una pagina qualunque dell’ agendina che porto sempre con me. Se poteste leggerla, vi trovereste link di interviste, titoli di canzoni, frasi significative…
Ci sono però delle novità rispetto alla solita routine: sono apparsi in elenco titoli di poesie e opere d’arte.
Se mi sono preso il mio tempo prima di scrivere questo post è proprio per il rispetto che nutro verso forme d’arte che assolutamente non conosco. Non sono certo in grado di fare la critica di un quadro: le mie nozioni di storia dell’arte si fermano alla terza media. Siccome non amo improvvisarmi esperto di argomenti che non conosco affatto, mi pare giusto specificare che quelle che scriverò saranno soltanto impressioni evocatemi. Non hanno valore di critica, recensione, “expertise”. Sono soltanto sensazioni. Sensazione, che bella parola! E quante volte l’ho usata in questo anno strampalato.

Alexander Kiselev è un nome che probabilmente non vi dirà nulla. Non dice nulla neppure a me, e tutto ciò che ho trovato sul suo conto è il suo profilo su un sito di illustrazioni (eccolo, se vi interessasse: http://www.illustrationserved.com/gallery/Illustrations-2010/750739). Nulla mi fa pensare che sia un artista di fama internazionale, anzi. Le sue opere mi sono capitate agli occhi per puro caso, sinceramente non ricordo nemmeno più come. Quasi tutte mi hanno colpito molto: ce n’è una, però, che i miei occhi non hanno più voluto abbandonare (non per niente è diventata lo sfondo del mio desktop).
Eccola qua, tutta per voi.


Chi si nasconde sotto quei veli?
Pare una figura femminile, ma i dettagli del suo volto non confermano: danno indizi, al massimo. La cura riservata alle sopracciglia, il taglio elegante del naso.
Ma potrebbe benissimo essere un uomo. Potrei essere io.
L’osservatore disattento dirà che si tratta di una figura triste. Non è detto che abbia torto: non sappiamo quali fossero le intenzioni dell’artista. Ma io non vedo solo tristezza. Se c’è, è secondaria. Quello che io scorgo in quegli occhi è determinazione, orgoglio.
Chi sta inseguendo un sogno sa di cosa parlo. Gli ingredienti fondamentali (così dicono) per concretizzare le proprie fantasia; la forza d’animo che spinge i sognatori a ergersi sopra ogni difficoltà.

Ma credo che anche chi non ha un sogno da inseguire conosca molto bene quei sentimenti. La determinazione necessaria a sopravvivere ad ogni giorno che nasce senza ambizioni e su cui il sole tramonterà senza lasciare tracce. L’orgoglio, indispensabile per mantenere un minimo di dignità. Che può anche voler dire, semplicemente, sbarbarsi prima di uscire o non dare agli altri la soddisfazione di vederti a pezzi. Tutto questo, leggo, nello sguardo penetrante del/la protagonista dell’illustrazione. Una donna (o un uomo) determinato e orgoglioso, deciso a sopravvivere ancora una volta.
Perchè, quando non ci sono di mezzo sogni grandiosi, il proprio scopo diventa la sopravvivenza.
A cosa, non importa.
A fronte dell’espressione torva della donna/uomo, ogni altro elemento perde di importanza. Non sappiamo se la linea orizzontale che intravediamo alle sue spalle sia un deserto. O il mare. O ancora una strada.
L’orizzonte perde di qualsiasi significato, di fronte alla bellezza di quel viso, nella sua espressione più devastante.

Perchè guardandoci intorno ne vediamo spesso, di occhi così.
Li possiamo scorgere in chi ha compiuto errori enormi nella propria vita, e sa che non ci sarà perdono.
In chi lotta contro una malattia già sapendo che perderà.
In chi ha puntato tutto ciò che aveva sul cavallo sbagliato, ed ora non ha nemmeno più le forze per recuperare i pezzetti in cui si è sbriciolata la sua anima e provare a ricomporla.
In chi non crede più nel futuro.

O anche più semplicemente in chi, come me, ha soltanto perso la strada. E la sua unica certezza è un velo che gli copre i capelli e parte del viso, così che chi lo guarda non possa cogliere con una sola occhiata tutte le sfumature della sua anima. E i lineamenti del proprio cuore (così come quelli del volto nell’illustrazione) paiono diventare più vecchi ogni volta che li si guarda. Eppure non vedono l’ora di immergersi ancora nella fonte della gioventù!
Quella donna (o quell’uomo) (o quell’io) non vede l’ora di togliersi quell’ingombrante velo.
Ma per poterlo fare deve prima uscire dal deserto.
O da una spiaggia infinita che si affaccia su un mare gelido.
O da una strada che non finisce mai, che si ripete sempre uguale e che non ha destinazione.
Ed una volta aveva paura di uscire da quelle situazioni avverse, perchè temeva che la serenità gli avrebbe portato via l’estro, la creatività, la profondità, come era già successo una volta (2006/2007). Ma ora la desidera troppo, quella serenità, per poterne ancora avere paura. Sa che ora è presente a se stesso/a, e che il fuoco che brucia dentro non si spegnerà più, fino alla fine dei suoi giorni.
Se questa era una lezione, l’ha imparata. Non si adagerà più su eventuali (quanto improbabili) allori.
E’ pronto/a a togliersi il pesante velo, sapendo che non perderà la profondità del suo sguardo.
Tiratelo/la/mi  fuori da quel deserto. O spiaggia. O strada.

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