Trattando dei motivi per cui vorrei essere smodatamente grosso
Ci sono tanti motivi per cui vorrei essere smodatamente grosso.
Qualche spiritosone potrebbe dirmi: “Ma tu sei già smodatamente grosso, hai una pancia che pari Babbo Natale!”. Touchè. Naturalmente però parlo di un altro modo di essere grosso: parlo di avere pettorali gonfi e sodi, tanto da ricordare uno di quei cyborg molto gettonati in una certa fantascienza di serie Z; avere bicipiti tali da non risultare ridicolo chiamandoli “pitoni”; avere addominali tanto tesi e sviluppati da potercisi rompere le mani tirandoci un pugno.
Quando qualche anno fa iniziai a fare palestra era quello il mio modello; poi le pretese si sono abbassate drasticamente. Mi è diventato chiaro che, per avere risultati come quelli che sognavo, avrei dovuto dedicarmi al mio fisico quasi a tempo pieno. E anche la genetica avrebbe dovuto venirmi incontro più di quanto avesse deciso di fare.
Però se potessi schioccare le dita e avere un fisico da cartoni animati lo farei. Perchè?
Naturalmente non per migliorare il mio rapporto con le donne. Perchè il super fisico non è poi così apprezzato dal tipo di ragazze che piacciono a me. E anche perchè un inguaribile imbranato resta tale anche con 20 Kg in più di massa muscolare.
No, direi che non mi servirebbe affatto nel mio rapportarmi col resto del mondo… almeno non direttamente.
Però senza dubbio acquisterei molta fiducia in me stesso, e quella non fa mai male. Sarei più spavaldo, più sicuro. Andrei in giro come un bellimbusto, canterebbero Elio e le Storie Tese (http://www.youtube.com/watch?v=3_cnDhyFJRY). Non tarderei sicuramente a cadere nella tentazione di passare le estati con addosso canottiere attillate, rasandomi la testa e magari tatuandomi qualche tribale privo di significato sulle enormi braccia. Sono un tipo pacifico, e di sicuro questo mio tratto si manterrebbe nonostante l’ipotetica montagna di muscoli. Insomma, non mi metterei a menare la gente (anche perchè, al di là del sentire comune, non basta certo essere grossi per picchiare la gente); però la guarderei in faccia senza remore quando cammino per strada.
In realtà non ho molta paura delle persone. Non sono uno di quelli che sognano di diventare grossi per sconfiggere le proprie paure. Al contrario, io vorrei diventare enorme per incutere terrore.
Ma so che, miei fedelissimi lettori, non vi accontentereste di questa lettura superficiale. Io stesso non me ne accontento, quando sempre più spesso mi chiedo il perchè del tanto tempo sprecato alla mia palestra.
E’ giusto allora scavare più a fondo; non so se sia giusto condividerlo con voi, ma ormai ho capito che questo è l’unico modo che ho per scavare dentro di me. Se non posso condividere quello che scopro cercando dentro di me, la mia pigrizia mi impedisce di guardare dentro all’abisso.
E allora la verità, nient’altro che la verità: non è vero che non ho paura. Non ho paura delle persone, ma sono terrorizzato dalla gente. Le mie scelte (discutibili) relative al mio futuro mi espongono ad una pletora di critiche, che arrivano indistintamente da amici, famiglia, conoscenti.
E poi mi sento brutto, e non posso far altro che desiderare di distogliere gli sguardi dal mio viso.
Ma che carino, Paolo, ha una crisi adolescenziale a 23 anni! Lui e il suo ridicolo complesso di Peter Pan!
E invece no, non c’è nessun complesso di Peter Pan. Io non vedo l’ora di crescere, ancora di più. Di sentirmi ancora più adulto. Non ho nessun desiderio di rimanere bambino, nè di regredire allo status infantile. Voglio autonomia, forza, responsabilità. Ma per avere queste cose, per crescere, devi essere accettato dagli altri. Lo sono? Non lo so. Di sicuro non mi sento accettato. E tanto basta per mandare tutto all’aria.
Da qui la paura di cosa gli altri pensano di me. Da qui il desiderio di essere enorme, grandissimo. Più forte di ogni giudizio, più grande di qualsiasi critica. Vorrei essere grossissimo per sentirmi un capolavoro. Vorrei essere apprezzato per un corpo perfetto. Non vorrei mai più sentire battutine sulla mia pancia, che mi feriscono adesso quanto mi avrebbero lasciato del tutto indifferente a 16 anni.
Sono soltanto turbe psicologiche, insomma.
Vorrei diventare enorme per essere accettato, certo, come no. Come se alla gente importasse qualcosa della circonferenza del tuo pettorale (importerebbe magari se io fossi una donna, ma non lo si chiamerebbe certo pettorale). Eppure è il mio piccolo grande sogno.
E poi c’è un altro aspetto da non sottovalutare. Io penso che il corpo sia uno degli specchi dell’anima.
Nella mia anima ora c’è tanta rabbia (non c’è soltanto quello, ma occupa un bello spazio). Rabbia perchè non ho avuto quello che meritavo, e ora che non merito un cazzo continuo a non avere un cazzo, perdonate il francesismo.
Rabbia perchè intorno a me vedo gente viscida raccogliere dove non ha seminato.
Rabbia perchè sotto sotto qualche sogno lavorativo ce l’avrei pure io, se non fosse che ormai pensare di fare una carriera nell’Università non è meno buffo di dire “Vorrei fare l’astronauta”.
Rabbia perchè vorrei dimostrare quanto valgo, perchè io so di valere ancora.
E allora vorrei essere enorme, per esprimere col mio corpo questa rabbia. Per esplodere di rabbia, facendo smorfie in stile cartoon. Come un Goku che diventa SuperSayan, o un Ken il guerriero che si carica prima della battaglia.
Per incutere un po’ di sano terrore quando mi incazzo veramente, e non sollevare soltanto ilarità. Per incutere nella gente una minima parte della paura che la gente mi fa.
E allora? Allora spendo il mio tempo in palestra pur sapendo di non poter diventare enorme. E’ un po’ come inseguire un sogno a metà, diciamo “inseguirlo per hobby”.
E i motivi per cui lo faccio sono quelli che ho esposto. Contorti e stupidi finchè volete, ma in fin dei conti logici.
L’avete seguita la logica?
Paolo diventa enorme -> Paolo fa paura -> Paolo non ha più paura -> Paolo si sente sicuro —– – - – - – - —>Paolo diventa il figo definitivo.
Bene. Ora sapete perchè vorrei essere enorme. Non penso che vi cambierà la giornata, ma ne sapete una in più sul conto di un normale ragazzo italiano qualunque, coi suoi sogni del cazzo ridimensionati da una realtà carogna.
Perdonate il post un po’ più volgare rispetto al mio solito. Diciamo che il volgarometro è salito a 6/10, e questo post è automaticamente sconsigliato ai minori di 14 anni. Se non accompagnati da un genitore. E se un genitore dovesse mai accompagnare il proprio figlio sul mio blog, sarei il primo a dirgli che probabilmente sta sbagliando qualcosa.
Davvero, perdonate lo sproloquio e le parolacce. E’ che parlare della mia rabbia mi mette rabbia.
30 Giorni di Musica
Una delle ultime mode imperversate su Facebook è quella del “30 giorni di musica”.
Di per sè consisterebbe nel pubblicare, per trenta giorni consecutivi, una canzone che ha una valore particolare. Mi sembrava una cosa carina, ma preferisco non vivere la frustrazione di pubblicare per trenta giorni consecutivi link che non guarderà nessuno e che non interessano a nessuno. Poi mi sono ricordato di avere un blog e che un blog non serve sempre e per forza a fare solo interventi seri e significativi. I miei lettori di vecchia data ricorderanno un periodo passato a pubblicare due o tre volte al mese i famigerati test del tipo “il tuo colore preferito? chi è il tuo modello di donna? cosa stai facendo in questo momento? di che colore sono le tue mutande preferite?”.
Non temete: sono tempi che non torneranno.
E poi questo post mi serve per provare il tag “more”. Insomma, dovete cliccare qui sotto per continuare a leggere (spero che funzioni).
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Persone belle come il cielo stellato
Ci sono persone belle come un cielo stellato.
Uno di quei cieli tersi d’inverno, splendido regalo di qualche notte gelata. Un tesoro dall’inestimabile valore, donato a chi ha il coraggio di fermarsi per un po’ a testa in su, nonostante il freddo. Quando la notte è così tenebrosa che sembra volerti rapire ad ogni tuo passo, quando non puoi togliere le mani dalle tue tasche se non vuoi congelarti le dita. E guardi il cielo, ed è stupendo. Le stelle sono innumerevoli e non c’è spazio nemmeno per una nuvola. Concentrati su una stella, una soltanto. Cos’è, se non un puntino luminoso in mezzo alle tenebre? Può essere pure la più bella, ma da sola è poca cosa.
Per questo non ho esordito dicendo che “ci sono persone belle come una stella”. Sarebbe stato limitante. Chiunque può essere bello come una singola stella. Poche sono invece le persone degne di essere paragonate ad un intero cielo. Sono individui che sfuggono ad ogni definizione e ad ogni iconografia. Non esiste una canzone che, da sola, possa raccontarti di loro. Non esiste un’opera d’arte che possa render loro giustizia: anche un Caravaggio impallidisce al loro cospetto. Non puoi descrivere queste persone a parole: tanto basta per rendere vano anche questo post. Sono semplicemente troppo belle per la comprensione umana: per questo le accosto al cielo. Una bellezza smisurata, incomprensibile, incolmabile. Una meraviglia tale da lasciarti senza fiato.
Così come poche persone si fermano a guardare il cielo stellato in una fredda notte d’inverno, sono in pochi ad accorgersi della particolarità di queste persone. Passano inosservate, tra tutte le altre. Ci camminano in mezzo, ci parlano, ci fanno perfino l’amore. Nemmeno esse stesse sono consce della loro bellezza. Forse se lo sapessero sarebbero meno belle, perchè più presuntuose o troppo sicure di sè. La gente comune preferisce altri tipi di bellezza. La bellezza di “tette grosse&culi sodi”, quella di una muscolatura scolpita; la bellezza di un importante conto in banca o di una travolgente carriera. Bellezze monodimensionali. Magari notevoli, ma mai complete.
La verza Bellezza, quella del cielo stellato, è composta da tante dimensioni che si completano l’una con l’altra. Si tratta di un equilibrio difficilissimo, quasi impossibile. Mi è permesso chiamarlo “miracolo”? Basterebbe un po’ più di vanagloria. O di arroganza. Un pelo di opportunismo. Una qualsiasi di queste cose (e chissà quante altre!) e tutto il cielo verrebbe giù. Ma questo non succede, perchè il miracolo si perpetua giorno dopo giorno. Può essere che una nuvola imbruttisca il cielo per qualche periodo, ma le nuvole son ben più effimere delle stelle. Proprio quando arrivi a pensare che anche quella persona si sia rovinata, lei ti stupisce e in un colpo solo riacquista tutta la sua incommensurabile bellezza. Come se non l’avesse mai persa. Perchè non l’aveva mai persa.
Il segreto sta tutto nell’equilibrio. Un cielo troppo pieno di stelle non trasmetterebbe nulla. Così come un cielo spoglio e buio. Un cielo disordinato, privo delle sue costellazioni, non evocherebbe il fascino misterioso delle galassie lontane. E’ così anche per le persone, quelle belle veramente. Non è vero che basta spingere al massimo tutti i pregi di una persona per ottenere una bellezza tale da levarti di bocca ogni parola. Pensate ad una persona troppo altruista: non saprà difendere se stessa quando la vita la costringerà a fregarsene una volta tanto degli altri per prendersi la propria felicità. Pensate ad una persona troppo gentile, e a come gli altri potrebbero approfittarsi di lei. Pensate all’enormità del male esistente nel mondo, e alla facilità con la quale potrebbe schiacciare una persona troppo buona. La vera bellezza non è fatta di eccessi, ma di moderazione.
E metteteci pure qualche bel difetto. Perchè il cielo è fatto anche di stelle meno luminose delle altre, che ti aiutano ad apprezzare quelle che brillano di più. Anche qui in fondo è una questione di equilibrio: qualche difetto deve pur esserci, perchè siamo umani, ma non deve prendere il sopravvento.
Una persona non può decidere di diventare bella come un cielo stellato. Non so se ci si nasca, oppure lo si diventi. Quello che so è che non è una decisione. Perchè conosco persone così, e le osservo. All’inizio mi sembrava possibile rubare il loro segreto. Ma non si può, perchè non c’è nessun segreto. L’equilibrio di virtù e difetti che le rende magnifiche è quasi impossibile da raggiungere: eppure loro lo ricreano ogni giorno. Senza la minima fatica. E’ come se per loro non esistessero alternative al loro essere meravigliosi.
Mi chiedo se sia bello oppure no, essere come un cielo stellato. Riflettendoci, penso che non sia nè bello nè brutto. Per il semplice fatto che una persona così bella non sa di esserlo. Forse non le sembra nemmeno un’ingiustizia che l’altra gente non si fermi a guardarla, non le dia l’attenzione che meriterebbe. Invece è un’ingiustizia, una di quelle enormi. E’ un delitto non dedicare la propria attenzione alla bellezza. Penso però che queste persone, pur non rendendosi conto di nulla, rischino di vivere una grande solitudine. Chi non è bello come loro non può capirle, non fino in fondo. Non può esser loro veramente vicino, non vi può accostare la propria anima. Possono trovarsi fra di loro? Forse è possibile. Ma sono così rare! E’ così improbabile da sembrare impossibile.
D’altra parte io che ci posso fare?
Io non capisco granchè di astronomia, ed nemmeno di “persone belle” se è per questo. Io non sono una persona bella come il cielo stellato. Nemmeno come una singola stella, a dir la verità. Io faccio parte di quella categoria molto estesa di persone che il cielo possono soltanto guardarlo. E lo guardo, eccome. Lo scruto attentamente, meravigliandomi di ogni sua sfumatura. Non posso fare nulla per renderlo più bello (non ha bisogno di me), nè per renderlo meno solo (non posso fare nulla per lui).
E’ una bellezza che mi mette addosso una gran malinconia.
Lo cantava Bennato, che non si può afferrare una stella. Figuriamoci un intero cielo! Non soltanto non puoi afferrarlo: non puoi nemmeno sfiorarlo. Puoi alzare le tue mani finchè vuoi: brancoleranno nel buio. Così ti renderai conto del fatto che è proprio il buio a rendere possibile questo spettacolo. Se tu fossi una persona un po’ più serena, forse avresti mille cose da fare. Non avresti tempo per guardare il cielo. Non avresti tempo per meravigliarti di una persona che non sia tua.
E allora perditi in quel cielo. Chi te lo può impedire? Non sarà mai tuo, e la cosa peggiore è sapere che tu non sarai mai suo. Non potrai mai condividere nemmeno un po’ di quella bellezza esagerata.
Stai molto attento, però. Il cielo invernale è il più bello, ma ha un difetto. Mentre lo guardi non ti accorgi più del freddo che ti circonda. Mentre guardi una persona troppo bella, puoi perdere il gusto che hanno tutte le altre. Congeli, insomma. Te ne stai a naso in su, mentre il tuo corpo congela e anche le tue lacrime diventano freddi cristalli.
Capita che quando tu abbassi lo sguardo e riprendi a camminare, un irreparabile inconveniente sia accaduto dentro di te.
Potrebbe essertisi congelato il cuore.
Ho sceso, dandoti il braccio
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
E ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
Le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
Non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
Le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
A questo giro direi che è inutile fare le pur dovute premesse sulla mia inadeguatezza al confronto con le opere poetiche: sono già state fatte nel post precedente.
Ancora Montale; ancora una poesia che tutti, più o meno, dovrebbero aver letto. Il che denota la mia totale ignoranza in materia: le mie conoscenze sul tema non vanno oltre gli sbiaditi ricordi delle medie e delle superiori.
Non starò a dilungarmi sul significato della poesia: anche questo è tema da antologia scolastica. L’autore soffre la perdita della moglie, il cui ricordo si propone ogni volta che da solo compie piccoli gesti quotidiani, come scendere una scala. La seconda strofa è una tenera confessione, un piccolo atto d’amore: Montale riconosce che era la sua dolce metà a vedere bene, a delineare il percorso più giusto e meno angoscioso.
C’è chi in quella scalinata legge anche l’angoscia dell’invecchiamento: così, i gradini scesi insieme (i giorni trascorsi) erano spensierati e sicuri; lei era capace di accettarli e di condurre il marito con sè. Trovatosi solo, l’uomo è terrorizzato e annaspa con fatica scendendo inesorabilmente, vedendo i giorni volargli via.
Darò a questa poesia un significato tutto mio, ben lontano da quello inteso dall’autore. Un significato che si arrampica sulle corde della fantasia, del sogno. Sento di potermelo permettere, perchè leggo proprio in questa poesia un palese disprezzo per “chi crede che la realtà sia quella che si vede”. C’è una realtà in cui spesso mi rifugio, e non me ne vergogno: la lucente realtà dei sogni. Non credo che sia un sintomo di poca stabilità mentale: so essere molto concreto quando le circostanze lo richiedono. Ma quando il mondo reale non mi soddisfa (il che, diciamolo, negli ultimi tre o quattro anni è successo spesso) amo concedermi del tempo per tuffarmi in una realtà diversa. Una realtà arrogante, in cui tutti gli altri si comportano come vorrei io. Una realtà rassicurante dove io so sempre vincere su ogni avversità. Una realtà commovente, dove io posso essere sempre quello che vorrei essere. Un posto irreale dove posso sfoderare il meglio di me, senza dover chiedere il permesso a nessuno. Senza dovermi chiedere se è il caso oppure no, senza dovermi giustificare se questo “meglio” non viene capito.
Perchè il “gioco” dei sogni sia caldo e rassicurante, preferisco non sparare troppo in alto. Non sogno di essere un imperatore, nè un grandissimo atleta. Sogno piccole cose; questo consente al mio inconscio di illudersi. Di dirsi: forse un giorno trasformerai in realtà questi tuoi piccoli desideri.
Capitano però delle pericolose cadute lungo questa scala (una è successa proprio in questi giorni): questo succede quando ti rendi conto che quel sogno che tu credevi possibile, realizzabile per quanto improbabile… è silenziosamente scivolato nel campo dell’irreale. Cadi da quella scala dei sogni quando ti rendi conto che ti eri illuso ancora una volta, costruendo tutto ciò in cui credevi su una sabbia instabile.
E ti rendi conto che più passavano i giorni, più credevi di avere delle concrete chance di rendere reale la tua ambizione onirica.
E così mi sono inabissato, sognando di Te*. Ho sceso milioni si scale dando il braccio ad un sogno irrealizzabile. Quando mi sono reso conto che eri impossibile, sei scomparsa lasciandomi da solo. Lasciandomi nell’angoscia di dover scivolare ancora più in basso, e di essere paradossalmente ancora più solo. Dover fare mille cose: coincidenze, prenotazioni, sfottò di chi mi dice di crescere, risate di chi non mi capisce, esami scolastici, giorni di studio, capodanni, ricerche di impieghi temporanei. Doverle fare senza te: e a questo ormai ero abituato. Doverle fare senza neppure sognarti: è questo che ora mi ferisce. Quant’è buffo che questo mio viaggio continui tutt’ora: non già senza di te, ma senza l’immagine di te che evocavo, quasi come se fosse stata un amico immaginario (Dio, quanto sono puerile).
Le sole pupille erano le tue, benchè fossero non offuscate ma inesistenti. Io gli occhi li avevo chiusi, e mi lasciavo guidare. Da Te, sogno, che non hai occhi. Era stupido, pericoloso, insensato. Eppure era così rassicurante!
La poesia non si sofferma, se non per un fugace istante, sulla sensazione di vuoto che si prova quando il piede abbandona un gradino per scendere su quello successivo. Non ti soffermerai mai su quella sensazione, se insieme a te c’è qualcuno. Che sia un vero amico, che sia la donna della tua vita, che sia un perfetto sconosciuto che ti sta dando qualcosa da pensare. Che sia un sogno, uno stupido sogno. Ma quando sei solo, ogni gradino ti spalanca una porta su un’infinità di insicurezze, difficoltà, paure. Ogni gradino sceso diventa un incubo in miniatura. Non tanto perchè la scala porta dove tu non vorresti, quanto invece proprio per quell’orrida sensazione di vuoto.
Ma bando alle ciance, è il momento di chiudere un altro capitolo. Affidandosi ad un sogno ancora più stupido del precedente: che questo capitolo possa riaprirsi. E’ un piccolo desiderio che si sommerà ad altri cento: cento capitoli sui quali, pur senza ammetterlo, ancora mi auguro che non sia stata scritta la parola “fine”.
Poi un giorno avrò il coraggio di chiuderli del tutto, tutti insieme.
Forse sarò arrivato al fondo della scalinata e non dovrò scendere ulteriormente; forse invece mi dirigerò con rinnovata fiducia verso un’altra rampa di scale, dando il braccio a qualcosa di più concreto che un infantile sogno.
E forse allora sarò un Uomo.
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*Il colore verde ovviamente non è casuale.
Felicità raggiunta
La prima volta che incontrai “Felicità raggiunta” frequentavo il biennio, alle superiori. Il che significa che sono passati otto o nove anni: questo qualifica il presente post come una delle gestazioni più eterne della storia della mia “scrittura”.
Non sono un appassionato di poesia, anche se in passato ho provato qualche volta ad esserlo. Preferisco una bella canzone ad una bella poesia. Questo rende il trionfo di “Felicità raggiunta” ancora più lampante e glorioso.
E’ dura essere la poesia preferita di un uomo che in generale non preferisce la poesia.
Spesso, in passato, aprendo il mio blog ho pensato “Quanto ci starebbe bene la poesia di Montale”. Però ho sempre rimandato: vuoi per pigrizia, vuoi per rispetto verso una forma d’arte che conosco molto poco (vedi anche post precedente). Nell’ultimo mese però mi è stato impossibile non pensarla ancora più spesso: prima l’ho dedicata ad un’amica; poi l’ho ritrovata sul profilo FB di un’altra persona per me importantissima.
E allora eccoci qui, davanti a quelle due strofe che spesso hanno illuminato una strada molto incerta. A guardare con un misto di ammirazione e timore quei pochi versi in cui stanno racchiuse così tante cose.
Felicità raggiunta, si cammina
per te sul fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s’incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t’ama.
Se giungi sulle anime invase
di tristezza e le schiari, il tuo mattino
e’ dolce e turbatore come i nidi delle cimase.
Ma nulla paga il pianto del bambino
a cui fugge il pallone tra le case
Solitamente non mi piace chi parla di tristezza. Mi sembra un metodo più che efficace per “sparare nel mucchio”: la tristezza interessa tutti ed è disponibile per chiunque. Parlare di felicità è una scelta decisamente più coraggiosa. Anche se si potrebbe pensare il contrario, la felicità interessa a pochi eletti. La maggior parte delle persone ci rinuncia, più o meno consapevolmente. E non facciamoci l’idea (un po’ di comodo) che queste persone rinuncino perchè costrette dalle circostanze della vita. Molto più crudamente, smettere di cercare la felicità è la scelta più semplice da prendere. Quella meno dispendiosa, in termini di energie e risorse.
Cercare di raggiungere la felicità è uno sforzo disumano. Dis-umano. Non umano. Sopra l’umano. Eppure proprio ciò che trascende l’essere umano…ci rende pienamente umani.
Dio. I sentimenti. La felicità.
Qualsiasi animale evoluto può fare un calcolo razionale di costi e benefici, ed effettuare scelte di conseguenza; soltanto l’uomo ha il privilegio di cercare disperatamente la strada che porta alla felicità.
Una volta individuata quella strada, si è costretti a seguirla. Soltanto un codardo scapperebbe. Soltanto i codardi rinunciano alla felicità, magari barattandola con un mucchietto di soldi o con un mucchietto di finti amici.
Sei costretto a camminare dritto con la schiena e a passo marziale. Anche se malauguratamente ti rendi conto che quella strada porterà pure alla felicità, ma è inagibile. Magari perchè percorrerla fino in fondo richiederebbe risorse e talenti che tu non hai e non puoi avere; magari perchè si scontra con la strada della felicità di qualcun altro ben più determinato a calpestare la tua per percorrere la sua. Magari perchè si ferma contro un muro eretto da qualcun altro: un muro legittimo, giusto, sacrosanto: ma pur sempre un muro.
E allora cerchi di convincerti che la felicità è effimera. Come fa Montale nella sua poesia. Che pochi si pongono il dubbio “Ma sarà vero che la ritiene instabile o è come la volpe con l’uva?”, ma di sicuro io sì.
Se è vero che la felicità è come un barlume di luce vacillante, allora la felicità è pericolosa. Perchè se ti sei addentrato in posti oscuri seguendo quella luce, il suo spegnimento significherà la tua perdizione.
Se è come il ghiaccio sottile pronto a sgretolarsi, non è soltanto pericolosa: è mortale. Perchè quando quel ghiaccio si sarà rotto, tu annegherai nelle acque più gelide.
E allora perchè la dovremmo cercare, sapendo che probabilmente finirà per ucciderci?
Semplice: perchè è ciò che ci rende pienamente umani. Quel che ci erge al di sopra di una massa informe di persone che si sono accontentate di… meno. Per loro la felicità non è certamente un pericolo: non l’avranno mai. Non avranno che un patetico surrogato. E’ buffo che i cercatori di felicità debbano invidiare quel branco di stolti. Eppure è così. Mi riconosco come un fiero cercatore di felicità, e mi riconosco come un bieco invidioso di chi vi ha rinunciato, gustandosi i surrogati. Chi non crede più nell’amore e ne avrebbe a piene mani. Chi non crede più di poter cambiare il mondo e avrebbe i mezzi per farlo. Chi non credendo negli ideali di amicizia e di gruppo, ha uno splendido gruppo di amici.
E allora mi riprendo quel minimo di lucidità, come uno sbronzo che guardandosi con disprezzo allo specchio cerca di riavere un barlume di sobrietà per affrontare un discorso che gli sta a cuore. Mi alzo, con la schiena ben dritta, guardo negli occhi questa gente e dico: tenetevela. tenetevi i surrogati. Fate finta che vi piacciano. Rimanete sempre ben fermi, e se qualcuno provasse mai ad aprirvi gli occhi siate lesti a richiuderli. Per non dover percorrere nessuna strada difficile. Per non doverla neppure vedere.
E a qualcun altro, non necessariamente me, basterebbe la metà di ciò che avete per essere felice. Ma a volte sembra che sia l’Altissimo in persona ad aver lanciato quella maledizione: “dunque non ti tocchi chi più t’ama”.
Ti violentino in gruppo, quelli che non t’amano. Ti schiaffeggino, ti disprezzino. Ti deridano e ti sputino. Ti vendano, come la più squallida delle meretrici.
Ma chi ti ama, non riesca a toccarti che per qualche fugace istante.
Quasi come se tu, Felicità, fossi una di quelle donne con chissà quali traumi psicologici alle spalle, che cerca soltanto uomini che le faranno del male ignorando e respingendo quelli che potrebbero ricambiarla con affetto.
E non so perchè debba essere così, ma di sicuro mi fa tanto male.
E ho smesso da un po’ di credere alla favola bella che la felicità, se la vuoi, puoi raggiungerla. Molto meglio l’onestà di Montale, che mi mette in guardia dicendomi che volerla fortemente non potrà far altro che allontanarmi ulteriormente da lei.
E allora la seconda strofa, forse più inquietante della prima. Perchè parla di una felicità che all’improvviso ti raggiunge. Senza far rumore, senza il “cerimoniale” che ti aspetteresti dopo averla attesa così a lungo.
E’ come un nido brulicante di vita. Dunque, è una cosa semplice. Come l’amore (grazie, Tiziano).
Forse la felicità è proprio un altro nome da dare all’Amore. Nelle sue mille declinazioni. O forse è qualcos’altro. O forse è qualcosa di diverso per ognuno di noi. Per me, allora, è l’amore. Nelle sue mille sfumature, sia chiaro.
Ma chi consola il bambino che vede rotolare via per sempre il suo pallone?
Chi consola le persone che vedono volare via la felicità?
Chi consola quelle che la felicità non sono riuscite a raggiungerla?
Nessuno. La ricerca della felicità può coinvolgere altre persone, ma mai come protagoniste. Tu sei l’unico interprete di questo film. Tu solo puoi cercare la tua felicità, tu soltanto puoi rammaricarti quando la perderai, o se ti sfuggirà ancora una volta prima di averla afferrata.
Tu soltanto potrai immedesimarti in quel bambino in-felice.
E tu soltanto potrai trovare il coraggio di scendere in mezzo a quelle case, dentro vicoli stretti e bui.
Alla luce di un pallido barlume. Camminando su uno strato troppo sottile di ghiaccio.
Per riprendere quel pallone.
Per riprendere quello che è tuo.
Per riprenderti la tua felicità.
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Paolo è stato felice, almeno per un istante, prima di vedere la palla rotolare via tra le case:
-Quando ha conosciuto E., E. e P., al campo scuola del 2005, realizzando che la sua vita stava per cambiare;
-Quando ha baciato per la prima volta E., senza darsi troppi pensieri riguardo al futuro;
-Una volta che passeggiava per Cuneo con A., allora la sua ragazza. Perchè ha fermato per un attimo le parole, ha smesso di ascoltare quello che lei stava dicendo (Scusa!) e si è detto: “Sei mano nella mano con l’unica persona che ami. L’unica che vorresti. Quella che non cambieresti per nessun’altra al mondo. Legati nel cuore questo momento e non scordarlo mai”. (E infatti non l’ho mai scordato, ed eccolo qui);
-Durante il falò del suo primo campo scuola a Confine da animatore. E’ quello che poi ha chiamato, citando i Marlene Kuntz, “un lampo di infinità”. In cui ha sentito tutto l’amore del mondo per quelli che allora erano bambini e che ora sono più alti di lui e, su alcune cose, più maturi. In cui ha sentito la presenza di Dio forte come mai prima di allora, e come mai dopo di allora;
-Una partita di pallavolo vinta con la prima divisione, e giocata da titolare causa infortuni di tutti gli altri. Ma con che grinta! Con che determinazione! Spigliato di ogni consueta paura: quella sera non era lui in campo, era quello che avrebbe voluto essere sempre;
-Durante la gita a Parigi, quando complice un tasso alcolico non esagerato ma di sicuro superiore a 0.5, è riuscito dopo tanti anni a dire al suo amico M. quanto gli volesse bene;
-Quando ha ricevuto due regali di compleanno (in due anni diversi) dai suoi amici: le tartarughine e il concerto a S.Stefano;
-Quando Don C.gli ha chiesto di fare l’animatore per i giovanissimi;
-Una sera in cui guardava A.R., di cui era perdutamente innamorato, e lei era stanca ed erano entrambi sdraiati a S.Stefano, con cento altre persone. Ma lui sentiva che in fin dei conti erano soltanto loro due;
-Quando ha vinto il concorso letterario “I Fogli Nascosti”. Perchè ancora pensava di poter, un giorno, scrivere;
-Il giorno della sua laurea, perchè l’aveva voluta davvero con tutto se stesso;
-Quella sera in cui, passeggiando con M. e F., si è fermato con un sorriso che non dimenticherà mai e si è lasciato scappare un “Dai, non è possibile!”. aveva appena ricevuto un sms da una ragazza per lui speciale. Il testo del sms era “Buonanotte! Un abbraccio”. Ma era il pensiero che contava;
E per ora direi che basta così. Poi chissà quanti me ne sto dimenticando. Chissà quanti ne ho, consciamente o meno, omessi. Ma questi sono lì, come barlumi vacillanti e ghiaccio incrinato. Solo che sono passati: è questo che li rende indistruttibili. Sono luci che per quanto fioche non possono più essere spente; sono ghiacci che per quanto sottili non possono più essere incrinati. Palloni che non possono più rotolare via.
Sono i momenti per cui in fin dei conti è valsa la pena vivere finora.
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Se sei arrivato fin qui sei alla stregua di un eroe, perchè sono finora 1747 parole. Ti prego, dimmelo che sei arrivato fin qui: mi farà sembrare meno inutile la mattinata che ho speso leggendo e rileggendo una poesia conosciuta tanti anni fa; cercandone i significati ancora una volta; cercando di scrivere un pezzo di me; guardando ai momenti felici del passato.
Basta un commento. O un click sulle stelline in cima all’articolo. Tieniti pure il tuo anonimato, non è quello il punto. Ma fammi sapere se questo fiume di parole ti ha lasciato qualcosa, anche insignificante.
Se tu mi conosci, sai quanto il mio blog è importante per me.
Se non mi conosci, beh… sappi che il mio blog è molto importante per me.
Sensazioni, emozioni, pensieri.
…ridendo è scherzando, il mio fervore da blogger si era nuovamente smorzato. Dopo un ottobre di fuoco con ben cinque interventi (non succedeva da marzo 2010!), novembre si è assestato su valori ben più consueti: uno.
Come la mia esperienza insegna, la qualità è ampiamente preferibile rispetto alla quantità.
Nonostante ciò, la mia lista di “futuri argomenti di interesse per il blog” è più vasta che mai. La aggiorno spesso, è nascosta in una pagina qualunque dell’ agendina che porto sempre con me. Se poteste leggerla, vi trovereste link di interviste, titoli di canzoni, frasi significative…
Ci sono però delle novità rispetto alla solita routine: sono apparsi in elenco titoli di poesie e opere d’arte.
Se mi sono preso il mio tempo prima di scrivere questo post è proprio per il rispetto che nutro verso forme d’arte che assolutamente non conosco. Non sono certo in grado di fare la critica di un quadro: le mie nozioni di storia dell’arte si fermano alla terza media. Siccome non amo improvvisarmi esperto di argomenti che non conosco affatto, mi pare giusto specificare che quelle che scriverò saranno soltanto impressioni evocatemi. Non hanno valore di critica, recensione, “expertise”. Sono soltanto sensazioni. Sensazione, che bella parola! E quante volte l’ho usata in questo anno strampalato.
Alexander Kiselev è un nome che probabilmente non vi dirà nulla. Non dice nulla neppure a me, e tutto ciò che ho trovato sul suo conto è il suo profilo su un sito di illustrazioni (eccolo, se vi interessasse: http://www.illustrationserved.com/gallery/Illustrations-2010/750739). Nulla mi fa pensare che sia un artista di fama internazionale, anzi. Le sue opere mi sono capitate agli occhi per puro caso, sinceramente non ricordo nemmeno più come. Quasi tutte mi hanno colpito molto: ce n’è una, però, che i miei occhi non hanno più voluto abbandonare (non per niente è diventata lo sfondo del mio desktop).
Eccola qua, tutta per voi.

Chi si nasconde sotto quei veli?
Pare una figura femminile, ma i dettagli del suo volto non confermano: danno indizi, al massimo. La cura riservata alle sopracciglia, il taglio elegante del naso.
Ma potrebbe benissimo essere un uomo. Potrei essere io.
L’osservatore disattento dirà che si tratta di una figura triste. Non è detto che abbia torto: non sappiamo quali fossero le intenzioni dell’artista. Ma io non vedo solo tristezza. Se c’è, è secondaria. Quello che io scorgo in quegli occhi è determinazione, orgoglio.
Chi sta inseguendo un sogno sa di cosa parlo. Gli ingredienti fondamentali (così dicono) per concretizzare le proprie fantasia; la forza d’animo che spinge i sognatori a ergersi sopra ogni difficoltà.
Ma credo che anche chi non ha un sogno da inseguire conosca molto bene quei sentimenti. La determinazione necessaria a sopravvivere ad ogni giorno che nasce senza ambizioni e su cui il sole tramonterà senza lasciare tracce. L’orgoglio, indispensabile per mantenere un minimo di dignità. Che può anche voler dire, semplicemente, sbarbarsi prima di uscire o non dare agli altri la soddisfazione di vederti a pezzi. Tutto questo, leggo, nello sguardo penetrante del/la protagonista dell’illustrazione. Una donna (o un uomo) determinato e orgoglioso, deciso a sopravvivere ancora una volta.
Perchè, quando non ci sono di mezzo sogni grandiosi, il proprio scopo diventa la sopravvivenza.
A cosa, non importa.
A fronte dell’espressione torva della donna/uomo, ogni altro elemento perde di importanza. Non sappiamo se la linea orizzontale che intravediamo alle sue spalle sia un deserto. O il mare. O ancora una strada.
L’orizzonte perde di qualsiasi significato, di fronte alla bellezza di quel viso, nella sua espressione più devastante.
Perchè guardandoci intorno ne vediamo spesso, di occhi così.
Li possiamo scorgere in chi ha compiuto errori enormi nella propria vita, e sa che non ci sarà perdono.
In chi lotta contro una malattia già sapendo che perderà.
In chi ha puntato tutto ciò che aveva sul cavallo sbagliato, ed ora non ha nemmeno più le forze per recuperare i pezzetti in cui si è sbriciolata la sua anima e provare a ricomporla.
In chi non crede più nel futuro.
O anche più semplicemente in chi, come me, ha soltanto perso la strada. E la sua unica certezza è un velo che gli copre i capelli e parte del viso, così che chi lo guarda non possa cogliere con una sola occhiata tutte le sfumature della sua anima. E i lineamenti del proprio cuore (così come quelli del volto nell’illustrazione) paiono diventare più vecchi ogni volta che li si guarda. Eppure non vedono l’ora di immergersi ancora nella fonte della gioventù!
Quella donna (o quell’uomo) (o quell’io) non vede l’ora di togliersi quell’ingombrante velo.
Ma per poterlo fare deve prima uscire dal deserto.
O da una spiaggia infinita che si affaccia su un mare gelido.
O da una strada che non finisce mai, che si ripete sempre uguale e che non ha destinazione.
Ed una volta aveva paura di uscire da quelle situazioni avverse, perchè temeva che la serenità gli avrebbe portato via l’estro, la creatività, la profondità, come era già successo una volta (2006/2007). Ma ora la desidera troppo, quella serenità, per poterne ancora avere paura. Sa che ora è presente a se stesso/a, e che il fuoco che brucia dentro non si spegnerà più, fino alla fine dei suoi giorni.
Se questa era una lezione, l’ha imparata. Non si adagerà più su eventuali (quanto improbabili) allori.
E’ pronto/a a togliersi il pesante velo, sapendo che non perderà la profondità del suo sguardo.
Tiratelo/la/mi fuori da quel deserto. O spiaggia. O strada.
Io non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me
Berlusconi qualche giorno fa si è dimesso dal suo incarico di Presidente del Consiglio, allontanandosi tra urla, schiamazzi e lanci di monetine. Forse alcuni dei miei lettori si aspettavano repentinamente qualche mio commento: non in virtù di chissà quale competenza, quanto piuttosto del fatto che io parli molto spesso di politica.
Eccomi, dunque, dopo aver “digerito” la notizia ed essermi informato in modo più preciso.
Se sono contento? Certo che sono contento. Dicevo da anni che avrei trovato più dignitoso (e probabilmente più utile) essere governato da un qualsiasi animale domestico. Ed invece, al posto del cane o del gatto di turno, mi hanno dato addirittura un professore. Però, appunto, si tratta solo di dignità, null’altro.
Dignità provvisoria, sia chiaro.
Perchè alle prossime elezioni vincerà la Lega, la più grande sostenitrice del governo Monti, checchè ne dica. Da decenni la Lega dice una cosa e ne fa un’altra. Comodo, dunque, per loro, dire che Monti proprio non va bene. Monti farà una serie di cose che la Lega sa benissimo essere necessarie, ma loro se ne dissoceranno pubblicamente, guadagnandosi molti voti con la promessa marinaia di far tornare tutto come prima. Quando poi governeranno, lasceranno tutto così com’è: d’altra parte, come dicevo, è da decenni che dicono una cosa e fanno quella opposta (vedasi promettere federalismo e abolire l’ICI, vedasi promettere autonomie e abolir provincie).
Ma non è nemmeno del futuro che voglio parlare, così come non dedicherò questo post al nostro presente politico. Non ce ne sarebbe bisogno, perchè lo fanno più autorevolmente di me fior fior di giornalisti.
Voglio parlare del “Berlusconi che è in me”. Il Berlusconi radicato in ognuno di noi, il Berlusconi che si annida in quasi tutti gli italiani. Perchè è inutile nascondersi dietro a un dito: l’abbiamo votato noi. Non ha fatto colpi di stato, non è salito al potere con l’inganno: l’abbiamo votato noi italiani. Perchè siamo come lui. Anzi, lui è come noi.
Sia chiaro fin da queste prime battute che non ho la presunzione di escludermi da queste constatazioni. Berlusconi è in me. Cerco di combatterlo, questo sì. E vedo che fanno altrettanto molte persone intorno a me: bene. Continuiamo a batterci, spero che aumentare anche solo infinitesimamente la conoscenza sull’argomento con questo post sia inteso come una “picconata” in quella direzione. Ah, discuterne con eventuali commenti a questo post sarebbe una “picconata al cubo”.
Il primo grande berlusconismo che vedo in giro è la giustificazione dell’illegalità. L’italiano medio non si scandalizza più di nulla, sul versante legale. Scatta un certo giustizialismo all’italiana soltanto nei casi di cronaca: chi ha ucciso una persona in un raptus di gelosia “andrebbe ammazzato”, “dovrebbero tagliargli le palle”, eccetera eccetera. Quanto mi ha ferito, scavato, devastato questo video: http://www.youtube.com/watch?v=fD5zXRrhuV4.
Quando invece c’è una comodità oggettiva nostra… allora tutto va bene. Allora i bastardi non sono più gli ubriachi che ammazzano la gente al volante, no. I bastardi sono “gli sbirri” che ti ritirano la patente se sei ubriaco. A meno che poi tu non ne sia coinvolto in prima persona, con la morte di un tuo caro. Ah beh, allora lì è un’altra storia, sia mai che un italiano non si accende come un vulcano quando c’è di mezzo la sua propria sfera privata.
E’ così difficile instaurare una cultura per la quale se si guida non si beve? Nemmeno un goccio, nemmeno un bicchiere. Si può fare, sì, ma non lo si fa. Perchè quello è il tipo di illegalità che l’italiano medio incoraggia, appoggia, sostiene. Così come la corruzione. Il “così fan tutti” diventa il passepertout universale. E gente come Scilipoti (tanto per tornare alla politica) non solo si può permettere di vendersi a Silvio alla luce del sole, senza nemmeno doversi nascondere. No, non basta: osa addirittura indire convegni e parlare davanti alla gente. Che non ci trova nulla di scandaloso.
L’evasione fiscale: a parole sono tutti contrari, nella pratica quotidiana è più diffusa dell’abitudine di lasciare il posto agli anziani sui mezzi pubblici.
Giustificare l’illegalità ha permesso a Berlusconi di governarci per un’intera “epoca politica”. Perchè poche altre nazioni nel mondo gli avrebbero perdonato quel grumo di illegalità. Quell’esagerazione ostentata nell’illegalità. Quella cultura dell’illegalità.
C’è poi il capitolo “deresponsabilizzazione”. Altrimenti detto “atteggiamento di delega”. Anche in questo gli italiani sono campioni indiscussi. Detentori di record mondiali di deresponsabilizzazione, oserei dire.
Quando capita qualcosa di spiacevole in cui è coinvolto un italiano, “è sempre colpa di quell’altro”. Assumersi le responsabilità delle proprie azioni diventa quasi una “cosa da sfigati”.
Stesso discorso si può fare quando qualcosa deve essere fatto. E allora scatta una gara di scaricabarile in cui competono veri e propri professionisti. “Lo farà lui, perchè è più competente”. “Lo farà invece lui, perchè la legge glielo impone”. “Lo farà quell’altro, perchè se non lo fa lui, io di certo non muovo un dito”.
Così facendo, si perde di vista il fulcro del discorso: quella cosa che andava fatta. E che probabilmente non verrà fatta, o tutt’al più verrà fatta con un ritardo ingiustificabile. Gli scaricabarile costano. E non è solo un discorso burocratico, ma anche personale. Non si può sempre sperare di poter delegare il bene da fare agli altri: bisogna impegnarsi in prima persona. E per far questo, bisogna creare una cultura della responsabilità.
Questo stride (e so che mi tirerò contro dei nemici dicendo questo) col sistema educativo italiano (promemoria: parlare diffusamente del sistema educativo italiano in un futuro post), improntato tutto alla collettività. Imparare a lavorare in gruppo è importante, e dovrebbe sviluppare dei futuri cittadini che sanno vivere all’interno di una società. Ma altrettanto importante è imparare che ci sono guerre che vanno combattute da soli. Per quanto possa essere cruda come realtà, ci saranno situazioni nella vita di ognuno in cui nessuno potrà essere d’aiuto.
Stiamo dunque attenti quando “giudichiamo” i nostri bambini come “collettivo” e non come “individui”. Mi colpisce una frase ricorrente nel sistema scolastico italiano: “E’ una cattiva classe / E’ una buona classe”. La classe è un agglomerato, non un gruppo. Il successo scolastico è una cosa individuale. La mia vittoria è solamente mia, la mia debacle non influisce minimamente sulla media-voti del mio vicino di banco. Quanti studenti imparano fin dai primi anni delle superiori a nascondersi dietro al fatto che “il compito in classe è andato male a tutti” o “il sei in condotta ce l’ha più di metà classe”. Insegniamo ai nostri figli l’impegno individuale e la responsabilità personale. Solo quando queste saranno assodate, potranno essere trasportate con successo in un contesto di collettività.
E c’era una volta in Italia un governo che prendeva tutti i meriti delle cose andate bene, e scaricava su un improbabile passato tutto ciò che non funzionava. E se il federalismo non si faceva, pur avendo la maggioranza, era colpa dei berlusconiani (ma lo si diceva sottovoce per non offendere). E se c’era la crisi (ma c’era o non c’era? dipendeva dal momento…) era colpa dei governi precedenti. E se il Ministro dell’Istruzione doveva fare dei tagli, era colpa del Ministro dell’Economia. E se il Ministro dell’Economia faceva dei tagli (ma li faceva o no? non si capiva…) non si capiva bene di chi fosse la colpa, ma di certo non sua né dei suoi.
Abbiamo ereditato da Berlusconi (o lui ha ereditato da noi) un forte ostracismo verso le posizioni contrapposte alla nostra. Abbiamo la malsana abitudine di vedere tutto in bianco e in nero. E di solito ci autocollochiamo nel bianco, ignorando le ragioni di chi si oppone. A volte mi rendo conto di essere un esponente di spicco di questo tipo di arroganza. Spesso non si tratta di ammettere di aver torto. Spesso si tratta solo di capire, grazie all’intervento di chi la pensa diversamente da noi, che la situazione a cui si sta guardando non è così priva di ambiguità come noi crediamo. Questo rende inutile il 90% delle discussioni cui quotidianamente si assiste: si parte da due “torri” troppo distanti e ci si spara a casaccio, nell’impossibilità di prendere la mira con accuratezza. Questo cosa significa? Che per “smontare” un’opinione contraria alla mia devo conoscerla a menadito. Altrimenti si cade vittima del trucchetto dei Testimoni di Geova, che spesso sembrano dei mostri di cultura biblica, soltanto perchè hanno la presenza di spirito di documentarsi a dovere sulle ambiguità e le difficoltà delle altre religioni. Conosciamoci, e riconosciamoci tra avversari. Non arrocchiamoci sulle nostre posizioni: difendiamole con fermezza e, se serve, anche con irruenza. Ma lasciamo che le altre opinioni si esprimano al meglio: e se si può impararne qualcosa, facciamolo.
Un altro tratto dolente di italianità, relativo sempre alle discussioni, è la cultura esasperata dei numeri. Saperci “maggioranza” ci fa sentire esageratamente forti. E i numeri sembrano legittimare qualsiasi opinione, anche la più bizzarra. Un ragionamento che non fa una piega, se non fosse per il trascurabile dettaglio che siamo uomini, non pecore.
Mangiate merda, come dico citando Marchesi sul mio profilo di Facebook, milioni di mosche non possono sbagliare!
L’italiano, poi, vede il marcio dappertutto. Sarà che è abituato ad una situazione in cui, effettivamente, di marcio ce n’è parecchio. Però non possiamo permettere che la nostra indole diventi così cupa e pessimista. Accettare che qualcuno operi il male è estremamente semplice: basta guardarsi attorno.
Molto più complesso è invece capire che qualcuno opera il bene. Il bene, puro e semplice. Senza secondi fini, senza remunerazioni nascoste che vadano al di là della semplice e sana soddisfazione personale.
E così quando qualcuno, magari per lavoro, offre assistenza a anziani o disabili, lo fa solo per i soldi. Che è come dire che il benzinaio ci vende benzina solo per i soldi e il calciatore gioca a calcio solo per i soldi.
Basta. Proviamo a guardare il mondo con un po’ di innocenza in più. Non troppa, che se no la gente ne abusa. Ma non possiamo pensare che ogni persona attorno a noi agisca solo e soltanto per il proprio rendiconto. Altrimenti diventiamo uomini e donne astiosi e carichi di invidia.
E allora scatta la gara a chi è meno marcio. E’ quella a cui abbiamo assistito in questi anni, con la “macchina del fango” che investiva chiunque provasse a sottolineare le illegalità di B.
Se si riduce la bagarre politica (nonché qualsiasi diatriba personale) ad una guerra nel fango, non ne può uscire un vincitore. Il che non vuol dire chiudere gli occhi davanti agli errori altrui. Il che vuol dire soltanto costruirsi una propria posizione indipendente dalle malefatte degli altri. Essere meno marcio (o comunque, non “più marcio”) del mio avversario non fa di me una persona pulita. Eppure l’italiano medio la pensa esattamente così, e si torna al “punto 1″ di questa disquisizione: l’illegalità. “Io evado le tasse, ma le evado meno di quello là!”. “Io guido ubriaco, ma meno ubriaco di quell’altro!”. Argomentazioni che valgono poco, per non dir nulla.
Infine, e chiudo, il culto della personalità di Berlusconi ha radicato nei cuori degli italiani un divismo senza precedenti. Che, a onor del vero, coinvolge più da vicino le persone “non-berlusconiane”: sarà forse l’invidia per la figura (inutile) del leader che risolve tutto da sé.
Pertanto gli italiani eleggono rappresentanti che pensino al posto loro, allineandosi preventivamente ad ogni loro esternazione. E scatta il meccanismo che odio più profondamente della mentalità italiana: “L’ha detto X, quindi io chi sono per metterlo in discussione?“. Penso che sia stupido accettare così, a testa bassa, questo tipo di inferiorità.
A meno che si parli di un ambito specifico, di cui la personalità in questione è un esponente. Voglio dire, non mi metterò mai a discutere di medicina con un medico, né mi incaponirò con un muratore a dire che io i mattoni li metterei in modo diverso.
Però non è tutto oro colato quello che dice Ligabue. Nè Vasco Rossi. Nè Jovanotti. Nè Roberto Saviano. Nè Benigni. Nè Fabio Volo. Nè Alessandro del Piero. Nè Francesco Totti. Nè Margherita Hack. Nè Oriana Fallaci. Nè Steve Jobs. Nè Obama.
Non basta essere persone di grande cultura per avere sempre ragione. Non serve a noi, che ancora una volta deleghiamo altri a pensare al posto nostro, e non serve a loro che stupidamente (non tutti, sia chiaro) si convincono di avere sempre e comunque la verità in tasca.
Eppure in Italia qualsiasi tesi diventa più importante e rispettata se supportata da un divo, un qualsiasi divo, che magari non c’entra niente con la materia di cui si sta discutendo.
Ad esempio questa storia del “Non temo Berlusconi in sé, ma Berlusconi in me”, che dà il titolo a questo post. Un bel concetto, no? Che genio, quel Giorgio Gaber!
Peccato che la frase, checché ne dicano i siti di aforismi, non sia sua ma di Gian Piero Alloisio, cantautore.
Però se la dice Gaber, ha tutt’altro spessore.
L’arte della critica preventiva
E’ una riflessione che parte come una critica, ma temo che con lo scorrere delle parole potrebbe diventare anche autocritica.
Ultimamente molti giovani si pongono, nei confronti dell’arte, con uno spirito non costruttivo di critica preventiva.
Quando un grande gruppo musicale, o un grande cantante, annuncia un nuovo disco, nel web si diffonde un alone di insoddisfazione, che naturalmente non getta le sue basi su nulla. Il senso di sfiducia inizia ad aleggiare sulla nuova opera, e a volte si arriva a stroncarla prima ancora di averne preso visione (nel nostro caso, averne preso ascolto).
Vi riporto un paio di esempi. I Litfiba il 17 gennaio proporranno un nuovo disco di inediti, che complice il loro decennale scioglimento, arriva dopo ben 13 anni (sempre che non contiamo i dischi proposti senza Piero Pelù) dall’ultimo.
Accoglienza media dei fan su Facebook: “Il titolo del disco non si può sentire, che schifo!” – “Basta che non sia una merda come l’ultimo che avevate fatto!!” – “Ho tanta paura!!”.
Il Teatro degli Orrori, dopo due dischi obiettivamente superlativi, pubblicherà nei primi mesi del 2012 la sua terza fatica. Come si pongono i fan? Entusiasmo? Curiosità? Macchè. “Monica non può essere il titolo di una canzone! Non vi metterete a fare canzoni d’amore????” (Vabbè, le han sempre fatte, ma tant’è) – “Secondo me avete dato tutto, è finita, lasciate perdere” – “Capovilla non è più quello di una volta”.
Due gli atteggiamenti alla base di questo fenomeno, naturalmente a mio parere.
1) Innanzitutto la paura di essere delusi. Quando ti leghi fortemente ad un artista, vorresti che facesse sempre tutto alla perfezione. Non riesci a tollerare l’idea che “sbagli” un disco, o che prenda una strada che non ti soddisfa.
Così, quando annuncia un nuovo disco, la paura che non ti piaccia prevale sull’entusiasmo. Preferiresti quasi che continuasse a portare in tour le sue solite quattro canzoni, perchè ti piacevano, ti “fotografavano”, le sentivi tue. Però è un atteggiamento stupido. Innanzitutto perchè preclude all’artista la possibilità di sperimentare e crescere. L’artista si trova a dover scegliere se innovarsi ed esplorare nuove aree, oppure continuare a perpetuarsi negli anni, sempre uguale a se stesso. Che è il motivo per cui gli ultimi album dei Modena City Ramblers differiscono tra loro solo per la copertina e Ligabue fa uscire lo stesso disco ogni due o tre anni.
A questa tipologia di fan mi sento di dire: nessuno vi obbliga a seguire il vostro artista. E “abbandonarlo” non significa rinnegare tutto quello che ha fatto prima. Nessuno può portarvi via la discografia passata.
Io mi tengo ben stretti i Negrita dei primi tempi; mi tengo ben stretto “Fuori come va” di Ligabue, uno dei dischi più densi di significato della mia vita. Nessuno può portarmeli via. Nemmeno il fatto che ora il Liga mi causi vomito e i Negrita mi abbiano spiazzato con un “Helldorado” che non sapeva di niente.
2) C’è poi l’altro atteggiamento, parzialmente ricalcato sul precedente. Quello secondo cui un artista dovrebbe fare un disco per i suoi fan, o peggio per le radio (ma non voglio addentrarmi nel discorso sulla commerciabilità di un prodotto, se no non ne usciamo più).
Ci aspettiamo che il nuovo disco sia pensato per noi, per il nostro periodo, per la nostra vita. Sbagliato: il disco lo fa l’artista, e deve essere pensato per esprimere ciò che sente l’artista.
Non ci si può aspettare canzoni su misura. Anche perchè sarebbe ben peggio: sarebbero ipocrite.
Quanti pseudo-rocker propongono canzoni fintamente “rabbiose” per compiacere i ragazzini urlanti sotto il palco! La cosa pessima è che questa falsità è evidente, si vede da un chilometro.
Restituiamo agli artisti la loro libertà.
E riprendiamoci senza remore la nostra: se non ci piacciono più, ce ne faremo una ragione e li lasceremo perdere, tenendoci quanto di buono hanno fatto in precedenza.
Se partiamo pieni di dubbi ed esitazioni, del tutto gratuiti ed ingiustificati, non potremo mai godere dell’arte. Perchè alla prima “nota stonata” ci sembrerà di vedere la conferma a tutte le nostre perplessità, e allora senza nemmeno aver ascoltato fino in fondo, ci riverseremo sul web a dire “si sono venduti” – “non sono più quelli di una volta” – “figli di p…”.
C’è poi l’altro atteggiamento, opposto.
Quello dei fan di Ligabue, Jovanotti, Vasco, Pausini, Ferro, ecc… insomma, tutto quello che è main stream (che non significa di bassa qualità, attenzione).
Quello di eleggere il nuovo lavoro come “disco dell’anno” prima ancora di averlo ascoltato.
Beh, non c’è da analizzare più di tanto quest’atteggiamento: è fanatismo e basta.
E danneggia gli artisti molto più di quanto crediate, perchè impedisce la creazione di qualsiasi tipo di stimolo (“Qualsiasi merdata che pubblicherò, questa gente mi idolatrerà come mai prima d’ora”).
E allora come guardare ad un nuovo disco che esce?
Con serenità, sapendo che nessuno ci costringerà ad ascoltarlo e riascoltarlo se non dovesse piacerci.
Con curiosità, sapendo che “quell’artista ci è sempre piaciuto” e che presto avremo tra le mani nuove canzoni.
Con fiducia, sapendo che non è detto che nella vita si debba sempre essere delusi.
Dunque, Litfiba – Afterhours – Teatro degli Orrori, vi aspetto con serenità, curiosità e fiducia. E soprattutto aprendo un mutuo, perchè tanti cd da comprare tutti insieme non mi capitavano da un bel po’.
Ode al Nero
Nero, come le penne dell’elegante corvo, che pennella il cielo e lancia il suo urlo straziante.
Nero come la pantera, che corre instancabile bramando la preda.
Nero come certa roccia, che spicca tra le sue simili.
Nero come l’inchiostro della seppia, che si dilegua profittandosene.
Nero, il principe dei colori, a cui tutti si inchinano.
La disperazione di un popolo è nera.
E no, non è un velato richiamo (o ode) ai black bloc. Non sempre la disperazione deve tradursi in violenza.
Quante voci si alzano in questo periodo (nero, pure questo). Voci di condanna, voci di proposta, voci di semplice rabbia. Non tutti coloro che si indignano ne hanno diritto: si nascondono, tra loro, gli artefici della situazione che ora li riempie di infeconda disperazione.
Eppure questo popolo ancora urla, ancora si rifiuta di lasciarsi semplicemente morire. E non vi è più il verde della speranza, o il rosso delle ambizioni più sfrenate: soltanto il nero, come una cinica guida.
Il nero che è padre, e madre. Perchè alla disperazione segue il desiderio di ricominciare.
L’eleganza è nera.
Perchè il principe dei colori si camuffa nella notte, ti rende una presenza-nonpresenza.
Gli abiti più belli sono neri. Non c’è accessorio che, così “colorato”, non ne acquisti in bellezza.
L’appariscenza dei colori può rallegrare la vista, ma non può certo confrontarsi con la vera eleganza.
L’abisso è nero.
Quello che c’è in ognuno di noi. Ci si può perdere, e bisogna starci attenti. Ma non guardarlo mai denota la più immensa delle superficialità. A guardare il cielo son capaci tutti: non richiede un grande impegno, e soprattutto quello che guardiamo non ha nulla a che vedere con noi stessi.
Quale coraggio ci vuole, invece, per addentrarsi nelle profondità della nostra anima!
Lì non si può accendere una luce a proprio piacimento: le zone illuminate lo sono per loro stessa decisione. E tu puoi cercare qualcosa di te che ancora non conosci accettando di scendere nel nero.
Attento a non perderti! Ma quando di colori ormai ne hai pieni gli occhi, non ti resta che quella sfida. La più difficile. La più importante.
La rabbia è nera.
Quella che ti fa digrignare i denti fino a farti male. Quella che ti fa stringere i pugni fino a lasciarti i segni sulla pelle. Quella che devi dominare, in qualche modo, prima che essa domini te. Ma quanta potenza è nascosta in quel sentimento iracondo!
Di rabbia si nutre il mondo. E’ con la rabbia che si rovesciano le ingiustizie. E’ lei che ti dà la forza per rialzarti quando qualcuno ti ha ferito. Poi ci sarà spazio per il perdono; forse un giorno perfino per l’amore. Ma è la rabbia quella che ti assesta il calcio giusto nello stomaco. Quello senza il quale rimarresti a terra a crogiolarti nel tuo dolore.
Il dolore non è nero.
Il dolore è grigio: non importa quale tonalità di grigio, se più chiara o più scura. Non è nero.
L’amore è nero.
Ma come, direte, non è forse rosso?
Rosso lo è se viene ricambiato con dolcezza.
Ma l’amore che ti fa rigirare nel letto, che ti fa maledire il giorno in cui sei nato, è nero.
L’amore profondo e sincero, apprezzabile quanto inutile, è nero.
E poi arrivano i colori, perchè il nero nella sua perfezione non può sostituirli.
Egli ne è la negazione!
E allora giungono per ricostruire un popolo, che non potrebbe essere nero.
Giungono per ovviare a un’eleganza che non sarebbe sempre gradita, nè opportuna.
Arrivano da ogni dove per cercare di dare un senso a quell’abisso che si cela dentro di te. E per quanto tu ami quell’abisso, non riuscirai a dir di no ai colori. Lo imbratteranno, e porteranno la luce anche lì. Attento, però, che colorare quelle parti di abisso non porti alla creazione di nuovi abissi neri, più profondi e più letali!
I colori arrivano a consolare la rabbia, e trasformare la sua energia in quiete. Lascia pure che i colori addolciscano la tua rabbia, ma non permettere loro di portartela via tutta: ne avrai bisogno, per poter dire di essere vivo.
Arrivano i mille colori, complicati, e milioni di sfumature dell’amore.
Perchè l’amore è contemporaneamente nero, bianco e colorato.
Dipende dal punto da dove lo guardi.
Non è detto che una volta colorato lo troverai meno minaccioso di quando era nero.
Ma è inevitabile che prima o poi diventi rosso, verde, azzurro, giallo: e tu, sarai pronto a distogliere gli occhi da quel nero che amavi tanto?
Questa società ci rende più cattivi.
Riflessione che nasce da un senso di colpa che mi perseguiterà almeno per un paio di giorni.
Due giorni fa un operatore della Fastweb telefona a casa per proporre l’ennesimo contratto: risponde mio papà, dice che non ci sono (il che è vero). Ieri ri-telefona, risponde mia mamma, faccio segno con la mano che non ci sono.
Stasera il telefono squilla ancora, i miei mi dicono chiaramente che questa volta non scappo.
Voce gioviale, anche troppo: “Buonasera, conosce già Fastweb, siamo appena arrivati a coprire anche la sua via, promozione incredibile, bla bla bla”.
Dico che non mi interessa. Il ragazzo gioviale ribatte che non può non interessarmi, e riprende.
Ribadisco che non mi interessa, per quanto conveniente. “E’ perchè non ci conosce abbastanza. Non è stanco di spendere tot quando può spendere la metà? E bla bla bla.”.
Mentre parlava ho messo giù.
Mi sento in colpa. Sarà anche la solita retorica, ma dall’altro capo della cornetta probabilmente c’è un laureato, pagato sotto il livello di sussistenza per beccarsi insulti tutta la sera. Per parlare con i maleducati bastardi che mentre parli buttano giù. Come me.
Una volta non avrei mai sbattuto in faccia il telefono a nessuno. Non l’ho fatto con persone che sì, se lo sarebbero meritato. Mi sento terribilmente in colpa. Sono andato sul sito della Fastweb cercando di capire se era possibile contattare gli operatori. Ovviamente non si può. Per cosa poi? Per chiedergli scusa? Sai quanto gliene frega. Mi ha già aggiunto mentalmente ad una lista di maleducati che comprende almeno un milione di persone.
Perchè una volta non l’avrei mai fatto ed ora l’ho fatto?
Perchè ricevo una media di due telefonate al giorno. A volte è gente ragionevole, che interrompe la comunicazione quando gli comunichi che l’offerta non interessa. A volte meno: e ti tengono al telefono venti minuti decantando una promozione che non sottoscriverai mai (e lo sai tu, e lo sanno loro).
Per questo diventi un maleducato.
Ed ecco il meccanismo che ti rende un uomo di merda: sfoghi su una persona la frustrazione che hai accumulato… verso altre persone. Lui probabilmente non era mai entrato in contatto con me: l’avevano fatto i suoi diecimila colleghi. Ed io sono stato maleducato con lui.
Troppo comodo dire che è colpa dell’eccesso di pubblicità: una persona buona resta una persona buona per sempre.
E allora lo accetto, sono peggiorato. Avrei potuto restare buono nonostante tutto, ed invece sono un maleducato.
E c’è gente a Roma che ha messo a ferro e fuoco una città, così tanto per fare. Per sfogare una rabbia più che giustificata, si sono posti obiettivi del tutto casuali e assurdi.
Come io che sbatto il telefono in faccia a un poveretto che non ne può nulla.
Quando la situazione diventa insostenibile, i cattivi latenti vengono a galla.
Il fatto che la situazione sia insostenibile non li rende affatto dei buoni: restano degli imbecilli.
Ma ammettiamolo, maledizione, che se la situazione non fosse così imbarazzante e irritante, tutto quel che è successo non sarebbe successo. Non significa giustificarli: significa cercare di analizzare con un minimo di serietà le cause che hanno portato ai fattacci.
Hanno demolito una Madonnina, e questo è inaccettabile. Ma quante volte la Chiesa è rimasta in silenzio davanti a certi obbrobri?
Quante volte, nel condannare certi atteggiamenti (bestemmie e promiscuità sessuale, ad esempio) non ha avuto il coraggio di fare nomi e cognomi, anche quando erano sotto gli occhi di tutti?
Non se la sono cercata, questo no. Dire che se la sono cercata sarebbe come giustificare gli ignoranti che “tirano gli estintori per spegnere il fuoco”. Ma ogni tanto ci vorrebbe un po’ più di coraggio, per poi poter dire di essere buoni.
Il coraggio di dimettersi, quando troppa gente te lo chiede da anni.
Il coraggio di essere coerenti.
O anche soltanto il coraggio di perdere venti minuti della propria serata ad ascoltare un poveretto che cerca di venderti l’ennesimo contratto telefonico.
